l`osservatore romano

Spedizione in abbonamento postale Roma, conto corrente postale n. 649004
Copia € 1,00 Copia arretrata € 2,00
L’OSSERVATORE ROMANO
GIORNALE QUOTIDIANO
Unicuique suum
Anno CLVII n. 41 (47.475)
POLITICO RELIGIOSO
Non praevalebunt
Città del Vaticano
domenica 19 febbraio 2017
.
Angela Merkel ribadisce l’apertura ai profughi
Il Papa ai chierici mariani dell’Immacolata
L’obbligo dell’accoglienza
Con semplicità
accanto ai poveri
Nessuna identificazione tra islam e terrorismo
MONACO, 18. «L’islam non è fonte
del terrorismo». Il messaggio arriva
direttamente dal cancelliere tedesco,
Angela Merkel, intervenuta oggi alla
conferenza sulla sicurezza in corso a
Monaco. Bisogna tenere presente
questa differenza fondamentale – ha
ricordato il cancelliere – per portare
avanti con maggior determinatezza
la lotta contro le organizzazioni jihadiste nel mondo. «È necessario coinvolgere tutti gli stati musulmani nella lotta contro i terroristi».
C’è poi l’immigrazione, altro tema
caldo
a
livello
internazionale.
«L’Unione europea ha l’obbligo di
accettare i rifugiati» ha spiegato
ha detto Pence. «Il presidente mi ha
chiesto di essere qui per trasmettere
il messaggio che gli Stati Uniti appoggiano con forza la Nato e noi saremo fermi nel nostro impegno per
l’Alleanza atlantica». E ha proseguito: «Abbiamo valori comuni e abbiamo vittime comuni. Insieme a voi la-
voriamo da generazioni per difendere la democrazia» ha aggiunto.
Pence ha poi ricordato che gli
americani sono stati «fedeli per generazioni e sempre terremo fede a
questo impegno», aggiungendo che
«la pace viene solo attraverso la forza. Dobbiamo essere forti, in grado
Quante volte
nella Bibbia il Signore
ci chiede di accogliere
i migranti e i forestieri
ricordandoci che anche noi
siamo forestieri!
(@Pontifex_it)
Merkel. Ma è questo solo un tassello
in un quadro globale sempre più
complesso e in continua evoluzione.
«In un anno in cui siamo pressati da
sfide enormi, continueremo ad agire
insieme o cadremo nell’individualismo?» si è chiesto il cancelliere.
«Faccio appello affinché possiamo
continuare a lavorare insieme per
rendere migliore il mondo». Questo
mondo «è cambiato in modo drammatico, non abbiamo più un ordine
internazionale stabile, e anche il rapporto con la Russia non è particolarmente buono — ha aggiunto Merkel
— possiamo controllare tutti questi
pericoli solo insieme. Dobbiamo rafforzare le strutture internazionali,
come l’Unione europea, la Nato e
l’Onu». Sono convinta — ha detto il
cancelliere — «che i conflitti non
possano essere risolti da nessuno stato da solo e da soli i paesi europei
non potrebbero venire a capo della
lotta contro il terrorismo islamico,
abbiamo bisogno degli Stati Uniti
per questo».
Sul tema dei rapporti tra Nato e
Stati Uniti è intervenuto, subito dopo Merkel, il vice presidente statunitense Mike Pence. «Il sostegno degli
Stati Uniti alla Nato è incrollabile»
Il cancelliere Merkel alla conferenza sulla sicurezza a Monaco (Afp)
Migliaia in marcia contro il muro in Messico
WASHINGTON, 18. Non si fermano
le proteste contro i recenti provvedimenti statunitensi in materia di
immigrazione. Ieri migliaia di persone hanno manifestato in Messico
per protestare contro l’annuncio, da
parte
del
presidente
Donald
Trump, della costruzione di un muro al confine per prevenire il passaggio di immigrati illegali.
I manifestanti si sono riuniti non
solo a Ciudad Juárez — al confine
con la texana El Paso — ma anche
a Tijuana. Una catena umana di un
chilometro circa di lunghezza, lungo il Rio Grande, formata da bam-
Infanzia negata
y(7HA3J1*QSSKKM( +_!"!$!#!}!
L’invito ad accostarsi con semplicità a quelli che soffrono — «i malati,
i bambini, gli anziani abbandonati,
i poveri» — è stato rivolto da Papa
Francesco ai partecipanti al capitolo generale dei Chierici mariani
dell’Immacolata concezione della
beata Vergine Maria, ricevuti in
udienza nella mattina di sabato 18
febbraio, nella Sala del Concistoro.
Ai religiosi il Pontefice ha raccomandato di mantenere la fedeltà al
carisma originario, facendosi prossimi alla gente con gesti umili e
La Casa Bianca smentisce la notizia del possibile intervento della guardia nazionale
Un milione di bambini ucraini allo stremo
KIEV, 18. A quasi quattro anni
dall’inizio del conflitto, sono ancora
migliaia i bambini che devono fare i
conti con il dramma della guerra,
costretti a vivere in condizioni disumane. A lanciare l’allarme, ancora
una volta, ci pensa l’Unicef, il fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, che in un recente rapporto.
Stando ai dati, almeno 19.000
bambini affrontano costantemente i
pericoli di mine e altri ordigni inesplosi e 12.000 vivono in comunità
bombardate almeno una volta al
mese. Nel complesso, un milione di
bambini ucraini hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, circa il
doppio rispetto allo stesso periodo
dello scorso anno.
Questo aumento è dovuto ai continui combattimenti e al conseguente deterioramento delle condizioni
di vita soprattutto in Ucraina orientale, dove circa 1,7 milioni di persone sono sfollate all’interno del paese, e molte famiglie hanno perso
reddito, sussidi sociali e accesso al
sistema sanitario, afferma ancora
l’Unicef in una nota. «Questa è
un’emergenza invisibile, una crisi
che la maggior parte dei paesi del
mondo hanno dimenticato» afferma
di confrontarci con tutti coloro che
metterebbero in pericolo la nostra libertà e il nostro stile di vita». In
particolare, ha aggiunto, «gli Stati
Uniti sono impegnati a garantire che
l’Iran non ottenga mai un’arma nucleare in grado di minacciare i nostri
paesi o gli alleati». Ma, soprattutto,
è il terrorismo di matrice jihadista il
vero male da sconfiggere: il presidente — ha assicurato Pence — «ha
ampi piani per distruggere» il cosiddetto stato islamico (Is). Il numero
due della Casa Bianca ha tuttavia
confermato le richieste di Trump di
maggior impegno economico da parte degli alleati. «La difesa europea
reclama il nostro impegno quanto il
vostro» ha affermato.
Per quanto riguarda la Russia, sia
Merkel che Pence hanno insistito
sulla necessità che venga rispettato
l’accordo di pace di Minsk. Il vicepresidente ha sottolineato che gli
Stati Uniti continueranno a «incalzare il Cremlino affinché rispetti gli
accordi di Minsk sull’Ucraina, anche
se il presidente Trump cerca un nuovo terreno comune con Mosca».
Parole molto dure sono state invece utilizzate dal ministero degli esteri russo, Serghiei Lavrov, secondo il
quale «non abbiamo interrotto noi
la collaborazione pratica sul campo
militare con la Nato». La Nato «è
ancora un’istituzione della guerra
fredda», e «la guerra fredda non è
mai stata davvero superata».
Giovanna Barberis, rappresentante
dell’Unicef in Ucraina.
In effetti, la situazione ucraina resta estremamente complessa, e al
momento non sembrano esserci soluzioni diplomatiche.
L’applicazione degli accordi di
Minsk — raggiunti il 5 settembre
2014 e formulati dal gruppo di contatto Trilaterale composto da rappresentanti di Ucraina, Russia e
l’Osce — stenta ancora a essere realizzata.
I miliziani separatisti del sud-est
ucraino si sono detti oggi «pronti a
usare la forza» per conquistare le
zone del Donbass controllate dal
governo di Kiev se non dovessero
riuscire a ottenere questo risultato
con i metodi politici. «Abbiamo
sempre detto — ha dichiarato il leader dei ribelli filorussi di Donetsk,
Aleksandr Zakharcenko — che la liberazione dei territori occupati delle
regioni di Donetsk e Lugansk è il
nostro compito collettivo. E abbiamo sempre detto che preferiamo farlo con i metodi politici. Se non capiranno — ha concluso Zakharcenko
— ricorderò loro che possiamo farlo
anche con i metodi militari».
bini e adolescenti con in mano fiori
e nastri bianchi, attivisti, autorità
locali, parlamentari, con rose bianche in segno di pace, tutti in fila
davanti al confine.
«Tenendoci per mano daremo
prova di quella unità nazionale che
non distingue tra le persone» ha affermato in un discorso il senatore
messicano Armando Ríos Piter, uno
degli organizzatori della manifestazione. «Vogliamo urlare ai quattro
venti che il Messico è più di un
muro». Alla protesta ha preso parte
anche il sindaco di El Paso, Oscar
Leeser, che ha parlato delle due città descrivendole come «una sola»
perché «siamo la stessa cosa e siamo una sola cosa». Il sindaco di
Ciudad Juárez, Héctor Armando
Cabada Alvídrez, ha rilevato come
il messaggio inviato dalla catena
umana sia chiaro: «La regione di
frontiera è più unita che mai» ha
detto.
Intanto, ieri la Casa Bianca ha
smentito la notizia inizialmente diffusa dalla Associated Press (Ap) in
base alla quale l’attuale amministrazione avrebbe l’intenzione di invia-
re centomila soldati della guardia
nazionale al confine con il Messico.
Si tratterebbe — dice il report citato
dalla Ap — di una stretta senza precedenti nella storia recente degli
Stati Uniti nella lotta all’immigrazione irregolare. L’agenzia cita un
memo di undici pagine scritto dal
segretario alla sicurezza interna
John Kelly e destinato alle autorità
per l’immigrazione.
Ma subito dopo il lancio della
notizia, la Casa Bianca si è affrettata a smentire: il report della Associated Press è «al cento per cento
falso», ha fatto sapere il portavoce
Sean Spicer. In una mail, la Casa
Bianca ha chiarito che «non c’è assolutamente alcuno sforzo per radunare e usare la National Guard
per prendere gli immigrati illegali».
Spicer, comunque, non ha smentito
il fatto che questa possibilità non
sia stata mai discussa all’interno
dell’amministrazione. Il portavoce
inoltre ha detto che il memo ottenuto dalla Ap «non è un documento della Casa Bianca; mi aspetto
che voi chiediate prima di fare un
tweet» ha detto al pool di giornali-
Le origini cristiane dell’idea di persona
Se finisce il paradosso dell’interiorità
Carolynne Coulson, «Il corpo e l’anima» (particolare)
LUCETTA SCARAFFIA
A
PAGINA 5
sti con cui ha parlato. Secondo la
Reuters, la bozza di memo ottenuta
dalla Ap, era una versione iniziale
di un documento che stava preparando lo staff del segretario per la
sicurezza interna John Kelly. È
quanto riferisce all’agenzia un funzionario del dipartimento per la sicurezza interna, precisando che la
discussione sull’ipotesi della guardia nazionale è stata bloccata prima
ancora che il memo arrivasse sul tavolo di Kelly. Sempre secondo la
fonte, il memo per Kelly è ancora
in corso di preparazione e verrà ultimato presto. Una versione che
non sembra coerente con l’intestazione del documento stesso.
linguaggio comprensibile. «Noi —
ha ricordato — non siamo principi,
figli di principi o di conti o di baroni, siamo gente semplice, di popolo. E per questo ci avviciniamo
con questa semplicità ai semplici».
Ricordando poi un’espressione
del fondatore san Stanislao di Gesù e Maria, canonizzato lo scorso
anno — il quale amava ripetere:
«Per l’Onnipotente nulla è impossibile» — Francesco ha parlato della «piccolezza»: un atteggiamento,
ha spiegato, che nasce dalla consapevolezza dell’eseguità dei propri
mezzi ma anche «della nostra indegnità, perché peccatori». Proprio
qui subentra «l’atto di fede nella
potenza del Signore: il Signore
può, il Signore è capace».
Così, ha proseguito il Papa, «la
nostra piccolezza è proprio il seme,
il seme piccolino, che poi germoglia, cresce, il Signore lo annaffia.
Il senso di piccolezza è proprio il
primo slancio verso la fiducia della
potenza di Dio». Da qui il suo invito conclusivo: «Andate avanti su
questa strada».
PAGINA 8
È morto Michael Novak
Tra la libertà
e l’America
RO CCO BUTTIGLIONE
A PAGINA
4
NOSTRE INFORMAZIONI
Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza gli Eminentissimi Cardinali:
— Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi,
— Fernando Filoni, Prefetto
della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli.
Il Santo Padre ha nominato
l’Eminentissimo Cardinale Giuseppe Bertello, Presidente del
Governatorato dello Stato della
Città del Vaticano, Suo Inviato
Speciale alle celebrazioni del
40° anniversario dello stabilimento delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica del Ghana e la Santa Sede nonché del
60° anniversario dell’Indipendenza della medesima Repubblica, in programma ad Accra
nei giorni 3-6 marzo 2017.
Il Santo Padre ha accettato la
rinuncia al governo pastorale
dell’Arcidiocesi di Strasburgo
(Francia), presentata da Sua Ec-
cellenza Monsignor Jean-Pierre
Grallet, O.F.M..
Il Santo Padre ha accettato la
rinuncia al governo pastorale
della Diocesi di Mweka (Repubblica Democratica del Congo), presentata da Sua Eccellenza Monsignor Gérard Mulumba
Kalemba.
Provviste di Chiese
Il Santo Padre ha nominato
Arcivescovo
di
Strasburgo
(Francia) Sua Eccellenza Monsignor Luc Ravel, C.R.S.V., finora Ordinario Militare per la
Francia.
Il Santo Padre ha nominato
Vescovo della Diocesi di Mweka (Repubblica Democratica
del Congo) il Reverendo Padre
Oscar Nkolo Kanowa, C.I.C.M.,
Economo nel Noviziato dei
Missionari di Scheut di Mbudi,
Kinshasa.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 2
domenica 19 febbraio 2017
Il candidato alle presidenziali di Alianza país,
Lenín Moreno (Reuters)
Scoperta rete di tangenti legata al colosso Pemex
Si allarga al Messico
il caso Odebrecht
CITTÀ DEL MESSICO, 18. È il turno
del Messico: lo scandalo Odebrecht,
partito dal Brasile tempo fa e allargatosi a macchia d’olio in queste settimane in tutto il continente latinoamericano, è “sbarcato” anche nella
seconda economia più importante
della regione.
Nel Messico finora si era parlato
poco del caso Odebrecht. Tuttavia,
negli ultimi giorni nel mirino sono
finiti alcuni ex funzionari di Pemex,
il colosso petrolifero nazionale. I
media locali danno spazio alle accuse rivolte dalla magistratura statunitense contro un dirigente non identificato del gruppo che avrebbe ricevuto tangenti pari a 10,5 milioni di
dollari tra il 2010 e il 2014. Anche se
il nome non è noto, la stampa locale
punta il dito contro diversi ex direttori della compagnia, ricordando come Pemex abbia assegnato senza gare pubbliche i lavori per l’ammodernamento di tre raffinerie per 2,5 miliardi di dollari. I costi finali dei
progetti sono poi risultati superiori
per un 66 per cento alle stime iniziali dei lavori.
Secondo l’accusa di alcune ong,
Pemex avrebbe utilizzato una intricata rete di imprese sussidiarie con
base in alcuni paradisi fiscali, in modo da evitare le gare pubbliche e nascondere allo stesso tempo contratti
miliardari assegnati direttamente
proprio al colosso brasiliano delle
costruzioni.
Odebrecht, con la sua controllata
petrolchimica Braskem, è la prima
multinazionale edilizia e ingegneristica dell’intero subcontinente. Queste due aziende «usavano un’occulta
ma altamente funzionale unità di
business che sistematicamente pagava centinaia di milioni di dollari a
corrotti funzionari governativi» si
legge in un comunicato del diparti-
Investitori
privati
al fianco
dei sioux
WASHINGTON, 18. Gli investitori
scendono in campo per i Sioux. E
fanno pressing sulle banche che finanziano l’oleodotto Dakota Access,
in totale diciassette, affinché spingano per cambiare la rotta dell’infrastruttura in modo che non passi più
sulle terre dei nativi americani. Lo
riporta il «Financial Times».
In una lettera 120 investitori, fra i
quali il fondo pensione della California Calpers che vale 300 miliardi
di dollari, si rivolgono alle banche
finanziatrici citando «i rischi per la
reputazione degli istituti finanziari
se non saranno affrontati e risolti i
timori sull’oleodotto, che continua a
spaccare l’America».
Il presidente Donald Trump ha
dato il via libera alla maxi infrastruttura. Una mossa che non è piaciuta
ai nativi americani che contestano il
passaggio dell’oleodotto sulle loro
terre e quindi lo considerano gravemente lesivo per le loro tradizioni.
Sostenuti dagli ambientalisti, i sioux
hanno presentato appello contro la
decisione di Trump. Ma la loro richiesta alla giustizia di bloccare il
progetto è stata respinta. Al loro
fianco, quindi, scendono ora in campo gli investitori, 120 asset complessivi pari a 653 miliardi di dollari.
«Le banche con legami finanziari
con l’oleodotto Dakota potrebbero
essere coinvolte in controversie e trovarsi ad affrontare danni al loro marchio e alla loro reputazione se i consumatori» decidessero di boicottarle
per via del loro appoggio all’iniziativa, si legge nella lettera.
L’OSSERVATORE ROMANO
GIORNALE QUOTIDIANO
Unicuique suum
POLITICO RELIGIOSO
Non praevalebunt
Città del Vaticano
[email protected]
www.osservatoreromano.va
mento di giustizia statunitense, che
lavora al caso insieme alla magistratura brasiliana.
Il caso ha avuto ripercussioni anche nel Venezuela. Il parlamento di
Caracas, controllato dall’opposizione
anti-chávista, ha reso noto che intende organizzare un’audizione con i
rappresentanti nel paese del colosso
brasiliano delle costruzioni per avere
delucidazioni sui casi di presunte
tangenti pagate a funzionari pubblici venezuelani.
Il Perú è sicuramente il paese in
cui lo scandalo ha avuto le ripercussioni più gravi con tre ex presidenti
coinvolti, oltre agli annessi collaboratori. Odebrecht avrebbe in un’occasione pagato 20 milioni per ottenere appalti di progetti infrastrutturali. Basti pensare che il costo
dell’autostrada tra Perú e Brasile è
aumentato in poco tempo da 800
milioni a 2,3 miliardi di dollari. Finora Odebrecht ha accettato di pagare una multa di 3500 milioni di
dollari.
Il logo dell’azienda brasiliana a Rio de Janeiro (Afp)
Il socialista Rafael Correa non si è ricandidato
Ecuador al voto
per le presidenziali
QUITO, 18. L’Ecuador si reca domani alle urne per eleggere il nuovo presidente. Un voto che per gli
analisti politici potrebbe segnare il
primo passo della fine dei dieci anni della cosiddetta “rivoluzione cittadina” portata avanti dal socialista
Rafael Correa, presidente uscente.
Correa ha deciso di non ripresentarsi e, anzi, non esclude di lasciare la capitale, Quito, per trasferirsi in Europa. Il candidato del
Centinaia di migranti superano la barriera che circonda l’enclave spagnola in territorio marocchino
Il muro di Ceuta non ferma la disperazione
MADRID, 18. Le barriere non fermano i migranti. Ieri, centinaia di persone hanno preso d’assalto in quattro punti diversi il “muro” che separa l’enclave spagnola di Ceuta
dal territorio del Marocco: dopo
una enorme rissa con gli agenti della guardia civil spagnola, in circa
400 circa sono riusciti a sfondare e
a entrare in territorio europeo.
È il primo grande blitz del 2017
— ricordano gli analisti — dei numerosi migranti subsahariani che
cercano di arrivare nell’Unione europa da una delle due frontiere terrestri (l’altra è Melilla, l’enclave
spagnola sempre in territorio marocchino) fra l’Africa e un paese comunitario.
Il 9 dicembre scorso, in una operazione analoga, altri 800 migranti,
uomini, donne e bambini provenienti dai più svariati paesi africani
danneggiati da guerre, povertà e
persecuzioni d’ogni tipo, avevano
tentato di forzare il passaggio. In
438 ce l’avevano fatta.
Anche a gennaio circa 1100 migranti avevano provato a entrare a
Ceuta, ma la maggior parte di loro
era stata respinta dalle forze di sicurezza. Una doppia recinzione
metallica alta sei metri, con filo spinato in cima, costruita dalla Spagna per impedire l’ingresso dei disperati provenienti dal resto del territorio africano, circonda la città di
Ceuta. Lunga poche decine di chilometri ed estesa dalla terraferma
fino alle acque marine, la barriera è
dotata di camminamenti interni per
i soldati e i loro mezzi, continuamente sorvegliata su entrambi i
fronti da milizie spagnole e marocchine, corredata da torri d’avvistamento, lame di metallo, telecamere
a circuito chiuso e rilevatori di vario tipo per un monitoraggio diurno e notturno della frontiera.
Regolamente viene presa d’assalto dai molti migranti subsahariani,
giunti in Marocco per tentare il
passaggio in Europa attraverso le
due enclave o via mare, diretti verso le coste spagnole della Andalusia. Negli ultimi tempi sono emersi
numerosi casi di tentativi disperati
di superare la barriera metallica:
migranti, anche bambini, che si nascondono nelle valigie o nei cruscotti delle automobili.
Nell’assalto di ieri cinque agenti
spagnoli sono rimasti feriti, come
pure circa 35 migranti che hanno riportato fratture, contusioni e tagli
GIOVANNI MARIA VIAN
direttore responsabile
Giuseppe Fiorentino
vicedirettore
Piero Di Domenicantonio
Gaetano Vallini
2016 circa mille migranti sono entrati in territorio Ue “sfondando” le
barriere di Ceuta e di Melilla.
I circa 400 che ieri hanno passato la recinzione sono stati ospitati
con l’aiuto della Croce rossa nel
centro di accoglienza temporanea
dei migranti di Ceuta. Una struttura prevista per circa 500 persone,
ma regolarmente in condizioni di
sovraffollamento.
Manifestazione
contro il razzismo
a Parigi
Agenti spagnoli a guardia di un gruppo di migranti (Ap)
La sentenza di primo grado per lo scandalo della Fondazione Nóos
Assolta l’infanta di Spagna
MADRID, 18. Iñaki Urdangarin,
marito dell’infanta Cristina di Spagna, è stato condannato in primo
grado a sei anni e tre mesi per
malversazione di fondi pubblici e
frode nella sentenza del caso
Nóos. L’infanta Cristina è stata assolta. Una decisione, presa all’unanimità dai tre giudici della corte di
Palma di Maiorca, molto al di sotto delle attese e delle richieste del
pubblico ministero che aveva chiesto 19 anni e sei mesi per Urdangarin e la condanna di Cristina di
Borbone almeno per frode fiscale.
Servizio vaticano: [email protected]
Servizio internazionale: [email protected]
Servizio culturale: [email protected]
Servizio religioso: [email protected]
caporedattore
segretario di redazione
stato condotto in maniera «violenta
e organizzata». «I migranti che
hanno preso d’assalto la recinzione
— hanno aggiunto le stesse fonti riprese dalle agenzie di stampa internazionali — avevano in mano
spranghe, cesoie e pietre di grandi
dimensioni». Stando agli ultimi dati forniti dall’Agenzia europea delle
frontiere (Frontex), riferisce l’agenzia di stampa spagnola Efe, nel
nella scalata del “muro”, o nella
colluttazione con la polizia durante
il tentativo di sfondare la rete. Almeno 55 profughi sono stati invece
intercettati prima che riuscissero a
toccare il suolo spagnolo ed europeo nella cosiddetta “terra di nessuno”, fra le recinzioni della enclave e
sono stati respinti verso il Marocco.
Secondo la delegazione del governo spagnolo a Ceuta, l’assalto è
partito di Correa, Alianza país, è
Lenín Moreno, stretto collaboratore del capo dello stato uscente, che
probabilmente non riuscirà ad avere il 40 per cento dei consensi (e
un distacco del 10 per cento dal secondo candidato più votato, come
prevede la legge) per essere eletto
al primo turno.
I sondaggi danno Moreno, che è
stato vice presidente per un lungo
periodo, al 32 per cento. Sembra
dunque certo che dovrà affrontare
al ballottaggio — in programma il 2
aprile prossimo — uno dei due candidati conservatori degli otto in lizza: l’ex banchiere Guillermo Lasso,
del Movimiento creo, dato al 21,5
per cento dai sondaggi, e Cynthia
Viteri, leader del partito Social cristiano (intorno al 14 per cento).
Chiunque vinca, rilevano gli osservatori, dovrà affrontare una situazione economica difficile, soprattutto per le conseguenze del
devastante terremoto dello scorso
aprile: i costi per la ricostruzione
delle zone colpite sono infatti pari
a 3,4 miliardi di dollari, in un contesto economico già complicato per
il paese sudamericano.
In gioco, alle elezioni, ci sono
soprattutto le politiche promosse in
questi anni da Correa, che è riuscito a mantenere l’economia più in
ordine e con migliori risultati degli
altri paesi dell’America del sud.
Alle urne sono chiamati circa
tredici milioni di aventi diritto,
molti dei quali — precisano i sondaggi — sono ancora indecisi.
Servizio fotografico: telefono 06 698 84797, fax 06 698 84998
[email protected] www.photo.va
Secondo il magistrato che aveva
istruito il processo, José Castro, la
sorella del re non poteva non essere a conoscenza dei reati del marito e risultava dunque corresponsabile. A Urdangarin è anche stata
imposta una multa di 512.000 euro.
La pena più dura è per l’ex socio
di Urdangarin, Diego Torres, condannato a otto anni e sei mesi. Gli
imputati erano 17 in tutto, ma nove
sono stati assolti. La vicenda Nóos,
una associazione senza fini di lucro, inizia nel 2005 quando un deputato socialista denuncia un ac-
Segreteria di redazione
telefono 06 698 83461, 06 698 84442
fax 06 698 83675
[email protected]
Tipografia Vaticana
Editrice L’Osservatore Romano
don Sergio Pellini S.D.B.
direttore generale
cordo tra l’istituto benefico, fondato dal marito dell’infanta Cristina,
e il governo regionale delle Isole
Baleari. Si scopre così una trama
grazie alla quale Urdangarin, ex
nazionale di pallamano, e il suo
socio Torres ottenevano finanziamenti pubblici in cambio di attività che avrebbero dovuto promuovere il turismo attraverso lo sport
ma che in realtà non si erano mai
svolte. In tutto Urdangarin e Torres avevano ottenuto oltre sei milioni di euro di finanziamenti pubblici da diversi governi regionali.
Tariffe di abbonamento
Vaticano e Italia: semestrale € 99; annuale € 198
Europa: € 410; $ 605
Africa, Asia, America Latina: € 450; $ 665
America Nord, Oceania: € 500; $ 740
Abbonamenti e diffusione (dalle 8 alle 15.30):
telefono 06 698 99480, 06 698 99483
fax 06 69885164, 06 698 82818,
[email protected] [email protected]
Necrologie: telefono 06 698 83461, fax 06 698 83675
PARIGI, 18. Diverse associazioni
contro il razzismo, tra cui Sos Racisme e la Lega dei diritti dell’uomo, hanno organizzato per oggi
pomeriggio una manifestazione in
Place de la République a Parigi.
L’evento si collega alle proteste, in
corso da vari giorni, esplose per il
caso di Théo, 22 anni, che nel gennaio scorso è stato aggredito dalla
polizia durante un’operazione antidroga. La procura di Bobigny ha
aperto un’indagine preliminare per
nuove accuse di violenza contro
uno dei poliziotti già incriminati.
Il caso ha scatenato in tutto il
paese un’ondata di polemiche e
proteste. Ora la polizia teme che
anche nella manifestazione di oggi
possano esserci nuovi disordini con
una minoranza di facinorosi, tra i
quali militanti anarchici, di estrema
sinistra, e potenzialmente anche
giovani delle banlieue. Secondo
quanto riportato dal sito di Europe
1, durante la manifestazione di
mercoledì scorso, in cui ci sono
stati nuovi scontri tra polizia e manifestanti, alcuni poliziotti avrebbero riconosciuto, uniti ai giovani
delle banlieue, militanti anti fascisti
e altri personaggi già noti durante
le proteste contro la legge del lavoro nel movimento Nuit Débout.
Concessionaria di pubblicità
Aziende promotrici della diffusione
Il Sole 24 Ore S.p.A.
System Comunicazione Pubblicitaria
Ivan Ranza, direttore generale
Sede legale
Via Monte Rosa 91, 20149 Milano
telefono 02 30221/3003, fax 02 30223214
[email protected]
Intesa San Paolo
Ospedale Pediatrico Bambino Gesù
Società Cattolica di Assicurazione
Credito Valtellinese
L’OSSERVATORE ROMANO
domenica 19 febbraio 2017
pagina 3
Soldato afghano di stanza
a Jalalabad (Epa)
Uccisi cento terroristi dopo l’attentato alla moschea sufi
Stretta sulla sicurezza
in Pakistan
ISLAMABAD, 18. È di oltre cento terroristi uccisi il bilancio non ancora
definitivo della stretta contro i gruppi radicali scatenata in Pakistan dalle autorità dopo la strage di ieri nel
tempio sufi di Lal Shahbaz Qalandar a Sehwan.
Contro un gruppo di giudici
Autobomba
nell’est
della Turchia
ANKARA, 18. Ancora violenze in
Turchia. Un bambino di tre anni
è morto, e altre quindici persone
sono rimaste ferite, nell’esplosione di un ordigno che ha devastato un alloggio di giudici e pubblici ministeri nella città turca di
Viranşehir, nella provincia di
Şanlıurfa (Anatolia sudorientale),
al confine con la Siria.
Secondo il quotidiano «Hürriyet», che cita il governatore locale, Güngör Azim Tuna, a causare la deflagrazione sarebbe stata un’autobomba. L’attentato
non è stato ancora rivendicato,
anche se di solito sono i guerriglieri del Partito dei lavoratori
del Kurdistan (Pkk) o la fazione
scissionista del Tak, i Falchi del
Kurdistan, a colpire poliziotti o
agenti. Il fatto che l’ordigno fosse stato piazzato vicino a una residenza di magistrati lascia, al
momento, propendere per la pista del Pkk, fuorilegge in Turchia, anche se per ora gli inquirenti non si sbilanciano.
A Istanbul, intanto, sono iniziati i lavori per la costruzione di
una grande moschea a piazza
Taksim, luogo simbolo al centro
della metropoli sul Bosforo.
Un’opera in discussione da decenni e che ha già scatenato forti
polemiche, a due mesi dal cruciale referendum costituzionale sul
presidenzialismo, voluto dal capo
dello stato, Recep Tayyip Erdoğan. «È la soddisfazione di un
bisogno», ha detto il sindaco della metropoli sul Bosforo, Kadir
Topbaş, alla cerimonia di posa
della prima pietra.
Secondo il progetto, la moschea avrà 960 posti e un’altezza
di circa 30 metri, escluso il minareto. Il nuovo complesso, che si
prevede di completare entro due
anni, ospiterà inoltre una sala
conferenze, una biblioteca e un
parcheggio sotterraneo. Gli analisti ricordano che la costruzione
di una moschea a Taksim, pur
con una diversa collocazione, era
anche stata al centro delle proteste di Gezi Park, nel 2013.
Come ha riferito il portavoce
dell’esercito, Asif Ghafoor, le operazioni anti-terrorismo su vasta scala
sono state lanciate dalla notte scorsa
nell’intero paese per ordine del capo
di stato maggiore, generale Qamar
Javed Bajwa, e proseguono tuttora.
Obiettivi prioritari sono stati «i covi
insurrezionali» sparsi lungo la frontiera con il Pakistan, ha spiegato
Ghafoor. Confiscati ingenti quantitativi di armi di ogni genere. Lo
stesso confine afghano-pakistano è
stato chiuso, e nella fascia di territorio adiacente sono in vigore «misure
speciali» riguardanti la vigilanza.
L’attentato suicida, portato a termine da un unico attentatore e successivamente rivendicato su internet
dai jihadisti dell’Is, ha provocato la
morte di 88 persone, tra cui venti
minori, e il ferimento di altre 343.
Proclamati tre giorni di lutto nazionale a partire da oggi.
Vanno avanti, intanto, le indagini
sul terreno per capire meglio le dinamiche della strage. L’attacco è avvenuto all’interno del santuario
mentre era in corso la preghiera.
In Afghanistan
Violento attacco dell’Is
KABUL, 18. Un violento attacco di miliziani del cosiddetto stato islamico (Is) contro presidi militari nell’est
dell’Afghanistan ha provocato ieri la morte di almeno
diciassette soldati. Lo ha riferito alla stampa locale
Ahmad Ali Hazrat, responsabile del consiglio distrettuale della provincia di Nangarhar, precisando che l’attacco ha avuto luogo a Dih Bala.
Hazrat ha aggiunto che i jihadisti hanno attaccato i
militari da tre punti diversi. Il generale Doulat Waziri,
uno dei portavoce governativi, ha poi reso noto che anche 21 combattenti dell’Is sono rimasti uccisi.
Intanto, è stata confermata la morte dell’ambasciatore
degli Emirati Arabi Uniti in Afghanistan, Juma
Mohammed Abdullah al-Kaabi, che era stato gravemente ferito in un attentato il mese scorso a Kandahar.
Lo hanno reso noto fonti del ministero degli esteri di
Kabul. L’attacco del 10 gennaio scorso a Kandahar ha
provocato tredici vittime, tra le quali anche Hashim
Karzai, cugino dell’ex presidente afghano, Hamid Karzai. L’attentato non è stato rivendicato, ma le autorità
hanno puntato il dito contro i miliziani della rete
Haqqani.
Secondo il Pentagono i vertici dell’Is hanno già iniziato ad abbandonare la città siriana
Continuano gli scontri a Raqqa
DAMASCO, 18. Dopo Mosul, in Iraq,
i vertici del cosiddetto stato islamico
(Is) hanno iniziato ad abbandonare
anche la città siriana di Raqqa. Segno che i combattimenti vanno
avanti e che ormai la caduta dei
jihadisti appare inevitabile. È quanto
riferiscono fonti del Pentagono sulla
base delle ultime notizie ricevute
della coalizione di forze curde e ara-
be loro alleate impegnate sul fronte
siriano.
«Abbiamo cominciato a vedere
che molti dei vertici e dei quadri
dell’Is hanno cominciato a lasciare
Raqqa» ha dichiarato il capitano
Jeff Davis, uno dei portavoce del
Pentagono, secondo il quale quanti
fuggono «hanno preso atto che la
loro fine è immminente». Davis ha
però sottolineato che si tratta di
«una ritirata molto ordinata e organizzata» per l’unica via di fuga rimasta, in direzione sud-est verso
Deir Ezzor. L’offensiva su Raqqa era
iniziata il 6 novembre scorso.
Intanto, secondo diverse fonti, le
truppe governative siriane sarebbero
a circa 20 chilometri da Palmira, dopo aver recuperato terreno nei con-
Bombardamenti nei pressi di Daraa al confine con il Libano (Afp)
Nigeria sotto scacco
delle violenze
ABUJA, 18. Violenze senza fine in
Nigeria. Almeno undici persone —
nove tra attentatori suicidi e combattenti del gruppo terroristico di
Boko Haram e due civili — sono
state uccise dalle truppe nigeriane
nel corso di uno scontro per respingere un attacco alla periferia nordest della città di Maiduguri
Secondo testimoni oculari e fonti
dell’esercito governativo di Abuja,
si è trattato dello scontro più violento degli ultimi mesi nella città,
roccaforte dei miliziani islamici.
La polizia riferisce che tre donne
attentatrici suicide hanno fatto
esplodere veicoli parcheggiati in
una stazione di camion, causando
la morte di due civili. I soldati sono
poi intervenuti, sparando contro
uomini armati in motocicletta, che
scortavano le attentatrici suicide,
uccidendone almeno sei.
L’attentatore è entrato nel tempio e
ha lanciato una granata per diffondere il panico. Poco dopo si è fatto
saltare in aria. Sembra che abbia
agito in maniera isolata; non sono
stati intercettati complici. Al momento dell’esplosione all’interno del
tempio c’erano migliaia di fedeli,
prevalentemente famiglie impegnate
a celebrare il Dhamal, un antico rituale del sufismo. Come detto, a rivendicare l’attentato è stato prontamente l’Is, che in un comunicato
pubblicato su internet ha lodato il
gesto dell'attentatore.
«Questo crimine barbarico non
può essere giustificato. Speriamo
che coloro che ci sono dietro non
sfuggano alla punizione che meritano» ha scritto il leader del Cremlino
Vladimir Putin in un telegramma di
condoglianze inviato al presidente
pachistano Mamnoon Hussain e al
premier Nawaz Sharif per l’attentato suicida al tempio sufi. Putin ha
ribadito che la Russia è pronta a
sviluppare la cooperazione nella lotta al terrorismo «con i partner pakistani su base bilaterale».
Boko Haram è un gruppo oltranzista islamico, fondato nel 2002
dallo sceicco Mohammed Yusuf,
con l’obiettivo di combattere tutto
ciò che è occidentale — dalle elezioni ai pantaloni e alle camicie — e di
ripristinare una sharia senza compromessi con la modernità.
Il terrore per impedire la normalizzazione è la strategia di Boko
Haram nel nordest del paese africano. Anche se recentemente i jihadisti hanno perso terreno sul piano
militare, di pari passo è cresciuta la
loro ferocia. In particolare, è in
continuo aumento l’utilizzo di ragazze — addirittura di bambine —
per seminare morte e distruzione in
mercati e luoghi di incontro. Nonostante
le
vittorie
sbandierate
dall’esercito che ha l’appoggio dei
governi di Ciad, Camerun e Niger,
Boko Haram non smette di colpire.
A sei anni dalle rivolte
Libia sempre più divisa
TRIPOLI, 18. Sei anni fa, in Libia,
iniziava la rivolta contro il colonnello Muammar Gheddafi. Oggi il
paese nordafricano è sempre più nel
caos e diviso da infinite tensioni.
A Tripoli, secondo il portale di
notizie Libya Observer, migliaia di
persone hanno raggiunto ieri la
simbolica piazza dei Martiri per le
celebrazioni organizzate dal consiglio presidenziale.
La capitale è divisa a tal punto
che Khalifa Ghwell, a capo del governo di salvezza nazionale che non
riconosce l’autorità del premier, Fayez Al Serraj, ha celebrato ieri l’anniversario della rivoluzione con i
suoi sostenitori nell’aeroporto internazionale di Tripoli, danneggiato
dai combattimenti del 2014. Le autorità della città di Al Bayda, che
fu scelta come sede del governo di
Abdullah Al Thani legato al parlamento di Tobruk, hanno invece an-
nullato tutti gli eventi per motivi di
sicurezza nel timore di proteste
contro le forze del generale Haftar.
Niente celebrazioni per i sei anni
dalla rivoluzione neanche a Tobruk.
L’inviato speciale Onu per la Libia, Martin Kobler, ha ricordato in
un messaggio «gli uomini e le donne che sei anni fa hanno iniziato il
cammino per il cambiamento». «È
essenziale che i sacrifici di tanti libici non siano stati invano — si legge nel messaggio — Faccio appello
ai gruppi rivali affinché pongano
l’interesse della Libia al di sopra di
tutte le considerazioni ed esortino
coloro che non sono coinvolti nel
processo a unirsi agli sforzi congiunti per trovare una soluzione
politica». Il caos e le strategie per
porre fine alla crisi saranno al centro dei colloqui di domenica e lunedì a Tunisi tra i ministri degli esteri
di Tunisia, Algeria ed Egitto.
fronti dei jihadisti dell’Is che avevano ripreso il controllo della città lo
scorso dicembre. Gli scontri sono ripresi nella zona di Al Bayarat, nella
parte orientale della provincia centrale di Homs, dove si trova appunto Palmira.
Intanto, a meno di una settimana
dalla quinta tornata di negoziati a
Ginevra sotto l’egida delle Nazioni
Unite, in programma a partire dal 23
febbraio, ancora non si sa con precisione chi in concreto vi prenderà
parte, soprattutto in rappresentanza
delle forze di opposizione, molto
frammentate e divise tra loro: lo ha
ammesso in conferenza stampa Yara
Sharif, portavoce di Staffan de Mistura, inviato speciale dell’O nu.
Sharif ha categoricamente smentito
le indiscrezioni secondo cui le incertezze potrebbero condurre a un nuovo rinvio della conferenza, che in
origine si sarebbe dovuta tenere l’8
febbraio e poi il giorno 20. La portavoce ha quindi ribadito che i lavori si baseranno sulla risoluzione numero 2254 del Consiglio di sicurezza
dell’Onu, risalente al 18 dicembre
2015, nella quale si prevedono
espressamente la stabilizzazione del
paese, l’adozione di una nuova costituzione e la convocazione di elezioni. L’agenda sarà dunque assai più
ampia rispetto a quella dei colloqui
mediati da Russia, Turchia e Iran ad
Astana, in Kazakhstan, la seconda
fase dei quali si è conclusa ieri senza
risultati.
Referendum
costituzionale
nel Nagorno
Karabakh
VIENNA, 18. Un referendum costituzionale è stato organizzato lunedì dalle autorità filo armene del
Nagorno Karabakh, ma la comunità internazionale «non ne accetterà» l’esito. I co-presidenti del
gruppo di Minsk dell’O rganizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa (Osce) che operano come mediatori per una soluzione del conflitto sottolineano
che il voto «non pregiudicherà in
alcun modo lo status finale o l’esito dei negoziati in corso per arrivare a una soluzione pacifica e
duratura del conflitto» nella regione contesa fra le Repubbliche
dell’Azerbaigian e dell’Armenia.
«Nessun paese, incluse Armenia
e Azerbaigian, riconosce il Nagorno Karabakh come un paese indipendente e sovrano», si legge in
una dichiarazione dell’Osce. I tre
co-presidenti (gli inviati speciali di
Russia, Stati Uniti e Francia) si
sono incontrati ieri con i ministri
degli esteri di Armenia e Azerbaigian a margine della conferenza di
sicurezza a Monaco di Baviera.
Gli emendamenti alla costituzione della regione proposti dal
parlamento del Nagorno Karabakh — e sul quale sono chiamati alle urne i cittadini — includono la
trasformazione del sistema di governo della regione da semi presidenziale a presidenziale.
Prorogato in Tunisia
lo stato di emergenza
TUNISI, 18. Il presidente della Repubblica tunisina, Béji Caïd Essebsi, ha prorogato di tre mesi lo stato
di emergenza su tutto il territorio
nazionale. Lo ha reso noto ieri la
presidenza in un comunicato.
La decisione è stata presa dal capo dello stato dopo essersi consultato con il premier, Youssef
Chahed, e il presidente del parlamento, Mohamed Ennaceur sulle
questioni relative alla sicurezza nazionale, alla situazione generale e
lungo le frontiere. Lo stato di emergenza era stato proclamato in tutto
il paese dal presidente, Béji Caïd
Essebsi, in seguito all’attentato terroristico al bus delle guardie presidenziali nel centro della capitale
nordafricana il 24 novembre 2015 e
successivamente prorogato più volte. Ieri l’annuncio del premier
Chahed della definitiva revoca dello stato di emergenza entro tre me-
si, il che fa presupporre che questa
proroga sia l’ultima.
E, intanto, il presidente Essebsi
si è intrattenuto telefonicamente ieri
con il presidente degli Stati Uniti,
Donald Trump. I due presidenti
hanno evocato le differenti tappe
importanti che hanno caratterizzato
le relazioni storiche tra i due paesi
esprimendo la loro soddisfazione e
la volontà di svilupparle in tutti i
settori. Trump, inoltre, ha ribadito
l’impegno degli Stati Uniti nel continuare a fornire alla Tunisia il sostegno necessario per rispondere alle diverse sfide alle quali si trova a
dover far fronte, in particolare la
lotta all’estremismo e al terrorismo,
nemico comune di entrambi i paesi.
Donald Trump ha sottolineato l’importanza di un prossimo incontro
con il presidente tunisino a Washington per proseguire il dialogo
relativo a questo tema.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 4
domenica 19 febbraio 2017
Il teologo
e filosofo americano
Notkero e il medioevo al plurale
Gadda
carolingio
È morto Michael Novak
Tra la libertà
e l’America
di RO CCO BUTTIGLIONE
a amato la Chiesa e
ha amato l’America.
Era convinto che
questi due amori fossero
perfettamente
compatibili l’uno con l’altro e anzi
che la Chiesa avesse bisogno
dell’America e che l’America avesse
bisogno della Chiesa.
L’America di Michael Novak era
il paese del libero mercato, in cui
ognuno con i suoi sforzi era in grado di guadagnarsi da vivere e, ma-
H
di SILVIA GUIDI
dell’economia e della società, diffidava dello Stato e,
naturalmente, era contrario
al socialismo. Credeva nella solidarietà ma era contrario ad affidarne la realizzazione allo Stato. È
stato uno dei protagonisti
intellettuali della rivoluzione reaganiana che ha ridato forza all’economia americana e al primato degli Stati Uniti nel mondo.
Era orgoglioso di essere amico di
Ronald Reagan e di Margaret Thatcher. È stato forse (insieme con Ri-
Dal concilio alla filosofia
Era considerato uno dei maggiori pensatori cattolici statunitensi Michael
Novak, morto a Washington il 17 febbraio. Nato a Johnstown, in Pennsylvania,
il 9 settembre 1933, Novak aveva seguito da Roma per il «National Catholic
Reporter» il concilio e da questa esperienza era nato il libro The Open Church
(1964). Diplomatico, filosofo e teologo, è stato autore di decine di scritti, tra
cui The Spirit of Democratic Capitalismo (1982), che ebbe un notevole impatto
sui dibattiti politici degli anni ottanta, e The Catholic Ethic and the Spirit of
Capitalism (1993), nel quale riafferma la centralità dell’uomo e il potenziale
dell’economia di mercato. Dall’opera di Jacques Maritain, di cui era grande
ammiratore, trasse la propria concezione della persona umana. In un lungo
articolo pubblicato nel 1990 su «First Things» lo definisce «il vero architetto
della tradizione cattolica moderna sia in Europa che in America latina». Al
grande pensatore francese Novak riconosceva il grande merito di aver elaborato
le fondamenta della democrazia liberale con un linguaggio aristotelico,
ancorandolo alla concezione tomista della legge naturale. (solène tadié)
gari, anche di fondare un impero
industriale. Era un paese in cui lo
Stato faceva poche cose, ma bene, e
una grande massa di bisogni sociali
trovavano risposta attraverso la libera iniziativa delle associazioni e delle comunità, e in modo particolare
delle Chiese. Era convinto che la libera iniziativa fosse il motore
chard John Neuhaus) il primo cattolico vissuto e sentito come una
guida intellettuale non solo dei
cattolici ma di tutto il popolo americano.
Poi è venuta l’enciclica Centesimus
annus di Giovanni Paolo II. Il Pontefice riconosce senza riserve il valore della libertà, e anche della libertà
I
economica. La libertà però esiste
per rendere possibile il dono di sé
nell’amore, per costruire comunità.
E nessun uomo può essere abbandonato al suo destino anche se non
riesce a farcela con le sue sole forze.
La libertà è legata intrinsecamente
con la solidarietà. La libera iniziativa e anche il capitale esistono per
rendere possibile il lavoro, il lavoro
per tutti. L’economia di mercato ha
bisogno di essere sostenuta e limitata da sistemi etici, giuridici e religiosi per impedire che la persona
umana sia fatta a pezzi dai meccanismi del mercato.
Michael Novak fu subito entusiasta di questa enciclica, si diede da
fare per diffonderla negli Stati Uniti e anche nei paesi dell’Est ai quali
era legato a causa della sua origine
slovacca. Diceva che il Papa aveva
capito sino in fondo il cuore
dell’America, ma che proprio per
questo le poneva anche una sfida
etica a cui essa non si poteva sottrarre: quella di costruire una società più giusta. Giovanni Paolo II lo
volle conoscere e da allora il suo orgoglio più grande fu quello di essere un amico del Papa.
Questo incontro lo indusse a sviluppare alcuni temi che non erano
del tutto assenti nel suo pensiero
precedente ma non avevano certo il
rilievo che poi hanno preso. La parola “capitalismo” non ha lo stesso
significato negli Stati Uniti e in
America latina. Negli Stati Uniti significa libertà di impresa. In America latina significa il monopolio di
élite ristrette che si impadroniscono
di tutte le risorse e mantengono
grandi masse umane in condizioni
di indigenza e di semischiavitù. Anche nei paesi più avanzati si va affermando in questi ultimi decenni
un altro tipo di capitalismo che
vuole fare denaro con il denaro,
senza investire e senza creare occupazione, lavoro e benessere per tutti. Ha vinto l’occidente la sfida etica lanciata da Giovanni Paolo II?
Sembra proprio di no.
Michael Novak è stato un testimone cristiano nel suo tempo, attento a tutti questi sviluppi. Proprio
questo lo ha indotto a entrare in un
dialogo simpatetico con il magistero
di Papa Francesco che proprio questa crisi dell’occidente denuncia con
inesausta energia.
L’ultima volta che l’ho visto eravamo a Steubenville, alla Franciscan
University dove insegnavamo insieme un corso breve. Abbiamo parlato per una settimana del Papa venuto dall’America latina, delle molte
incomprensioni ma anche delle
grandi potenzialità di questo pontificato per gli Stati Uniti. Ancora la
Chiesa e l’America, i suoi grandi
amori, e la fede come anima
dell’America.
È impossibile ricordare Michael
Novak senza dire una parola su Karen, la moglie che tanto lo ha amato e che lui ha tanto amato. Adesso
è tornato insieme con lei nel regno
dei cieli dove sboccano alla fine tutti gli amori veri.
Nella serie televisiva «Atlanta»
Notkero Balbulo in un bassorilievo moderno del convento di San Gallo
Rabbia e speranza a ritmo di rap
di ED OARD O ZACCAGNINI
ome non parlare di una serie tv che ha appena conquistato un Golden Globe
per la miglior commedia e
uno per il miglior attore
protagonista? Come non soffermarsi su
quel Donald Glover che è corpo e voce
del personaggio principale di Atlanta,
ma che è anche l’anima motrice dell’intera operazione? Lui l’ha ideata, lui
l’ha scritta, lui l’ha prodotta e sempre
lui, attore e famoso rapper americano —
col nome di Childish Gambino — ha
girato alcuni dei dieci episodi andati in
onda prima negli Stati Uniti e poi in
Italia, su Fox, dal 19 gennaio scorso.
Ha scelto l’accumulo, il talentuoso
Glover, l’avanzamento narrativo per
frammenti indipendenti, senza colpi di
scena drammatici. Ha usato palate di
ironia, ma ha pure riempito i suoi quadri di dialoghi serrati che fanno impennare la tensione, che impongono riflessioni su questioni gigantesche che riguardano l’essere umano. Ha come
smontato pochi segmenti da una linea
retta più grande; ha messo insieme due
pugni di episodi come le isole di un arcipelago, come i rami di uno stesso albero, liberi e slegati ma in fondo complementari. Serietà e leggerezza si alternano nella sorprendente libertà espressiva delle brevi frazioni di circa 25 minuti l’una, strappate dalle esistenze vagabonde di due cugini che vogliono
aprirsi un varco nel mondo dell’hiphop: Earn (Glover, appunto) è deluso
da un’esperienza all’università di Princeton, e chiede ad Alfred, rapper strampalato e rissoso che si fa chiamare Piper Boi, di potergli fare da manager;
questi, dopo qualche tentennamento
C
iniziale, finisce per accettare la proposta del cugino.
Con loro c’è Van, donna bella e
pragmatica, sapiente e al tempo stesso
fragile, precaria compagna di Earn e
madre della loro incantevole figlioletta.
Sono tutti e tre giovani, tutti e tre di
Atlanta — la città di Martin Luther
King e di Spike Lee — e tutti e tre di
colore. Tutti e tre, inevitabilmente, alle
prese col colore della loro pelle. La loro
Atlanta è sfocata e sfuggente: se stessa
e insieme punto di partenza per un racconto più ampio. Il rap riempie il loro
spazio ai margini, il loro presente viziato e alterato dai social, è la colonna sonora del loro continuo sbattere sul vetro di un piccolo mondo inesorabilmente chiuso, è il lamento sublime che
accompagna il loro vivere sospesi tra
gli schemi del ghetto e un’affannosa,
rabbiosa e forse rassegnata speranza.
«Il rap è questo — sentenzia Piper Boi
— trarre il meglio da una brutta situazione». Non sanno scendere, i ragazzi
di Atlanta, da una giostra che gira su se
stessa senza andare da nessuna parte.
«Continuo a perdere — risponde
Earn a un estraneo sul bus — come per
una sorta di bilanciamento. Per facilitare le cose ai vincenti». Donald Glover
non grida il disagio dei suoi personaggi, al contrario, quasi lo nasconde in un
linguaggio spiazzante, disorientante per
i continui paradossi mostrati, per gli assurdi da cui scoppia un fragoroso e irresistibile umorismo. Capitano cose
buffissime in Atlanta, strane fino all’incredibilità: ecco un Justine Bieber di
colore, ecco automobili invisibili, ecco
rifiuti umani dai grotteschi comportamenti, ecco una press agent che scambia Earn per uno che gli ha rubato un
sacco di clienti. Ecco un talk show zeppo di folli spot pubblicitari. Il surreale
l nome della collana, mediEVI, è già un
chiaro suggerimento di metodo. «Il nostro
secolo — si legge nel volume Il secolo di
Carlo Magno. Istituzioni, letterature e cultura
del tempo carolingio a cura di Ileana Pagani
e Francesco Santi (Firenze, Sismel Edizioni del
Galluzzo, 2016, pagine X + 378, euro 46) — ha raggiunto una consapevolezza del significato del medioevo che la coscienza intellettuale europea aveva
smarrito; fuori dalle maglie dell’ideologia, si scopre
popolato di differenze, tempo di paradossi, grande
fucina di idee, di stili di vita e di forme letterarie».
Se il medioevo è plurale, scrivono i curatori, plurali dovranno essere gli strumenti critici da mettere
in opera per comprenderne la tradizione letteraria.
Nel libro sono raccolte le relazioni presentate in
due convegni che si sono svolti nel 2014, a milleduecento anni dalla morte di Carlo Magno, uno
spaccato della vita culturale del mondo carolingio,
significativo di molti suoi aspetti anche se non
esauriente, «cosa questa del resto quasi impossibile, vista la ricchezza e la complessità che questo
mondo ha rivelato e continua a confermare».
Non si tratta solo del classico tòpos della modestia abituale nelle pubblicazioni accademiche. Più
si studia e si esamina con attenzione, più il mondo
letterario carolingio si rivela complesso e sfuggente, difficile da comprendere davvero, anche nel caso degli scrittori dallo stile più vivace e brillante,
più vicino al nostro gusto e per questo più conosciuti, come l’autore dei Gesta Karoli, il monaco
Notkero Balbulo.
irrompe nella scena per sedersi accanto
a situazioni dense di un realismo misurato, che allora, di colpo, diventa assurdamente magico, ma che in ogni caso
lascia ribollire, senza farla mai esplodere del tutto, la problematica condizione
dei protagonisti.
Il sociale è sussurrato, il politico è
soffiato in questa serie che cuoce a fuoco lentissimo un ritratto dell’integrazione razziale, oggi, mentre descrive con
divertenti provocazioni una società
smarrita e stravolta, che punta il telefonino su qualsiasi cosa, che concepisce
tutto come merce, che punisce il dolore
e la fragilità, vedi la scena, quella sì, solo drammatica, del pazzo preso a manganellate dai poliziotti nel commissariato. Una società in cui i sogni di un povero, frastornato e disarmato Earn di-
ventano inarrestabili fallimenti. «Come
esseri umani — prosegue il personaggio
interpretato da Glover — dovremmo
avere la possibilità di sbagliare, per capire come riuscire nella vita. Dovrebbe
essere un percorso per essere felici».
La verità di Atlanta, seppure avvolta
nel sarcasmo, è che i fragili pagano un
conto salatissimo, anche se sanno rimanere onesti e coerenti con se stessi, come in fondo fanno Earn e Van, che potrebbero adottare scorciatoie, vendersi e
sporcarsi, ma che invece, come nel party a casa dei benestanti insopportabilmente gentili, sbottano per l’odore di
ipocrisia che sentono dovunque, e appena fuori, in una delle centellinate sequenze sentimentali di Atlanta, si amano nell’automobile, come mai, prima di
allora avevano fatto.
«Nel 2000 — nota acutamente Ileana Pagani —
la “fantastica collezione di aneddoti” di Notkero
può ancora tornare utile ad Alessandro Barbero
come giacimento a cui ricorrere, senza apparente
mediazione, quando si vuole applicare ad un Carlo
Magno presunto reale qualche pennellata pittoresca che alleggerisca il narrare dello storico».
Per il lettore del ventunesimo secolo è ancora affascinante l’enfasi barocca e grottesca tipica della
scrittura di Notkero, una sorta di Gadda carolingio
con uno spiccato gusto per l’iperbole, la fantasia
immaginifica e il surreale.
Ma riflettendo sul testo emerge quel disagio che
segnalava, alla fine degli anni Settanta, lo studioso
Gustavo Vinay in Altomedioevo latino. Conversazioni
e no (Napoli, 1978): «Quando un prosatore altomedievale non si pone chiaramente sul piano della dimostrazione e si abbandona all’estro, è sempre assai difficile afferrare la sua logica, detto più elementarmente, quando faccia sul serio o per scherzo, per satira o per gioco, per interesse o gratuito
immaginare. Siamo troppo avvezzi a una distinzione di generi per non rischiare di smarrirci quando
ci troviamo a fare i conti con testi in cui si mischiano storia, novella, epica agiografica e tante altre cose in un continuo rincorrersi di verità invenzioni menzogne così mischiate da non riuscire a
isolarle con nessuno dei nostri reagenti».
Tra l’ultimo ventennio dell’VIII secolo a tutto il
IX secolo scoppia una febbre espressiva che dà origine alle opere più disparate, tra cui un corpus poetico molto vasto — le oltre 3200 pagine di poesia
raccolte nei Monumenta Germaniae Historica ne
sono una prova, Corinna Bottiglieri nel suo percorso di lettura parla di una vera e propria “ossessione versificatoria” — e un’inesausta opera di lettura, taglio e ricucitura degli expositores nel caso
dei commenti alla Bibbia. Si vuole ascoltare — scrive Rossana Guglielmetti — la polifonia della tradizione per confrontare, scegliere e intessere così la
propria linea di lettura, componendo «un’esegesi
incontentabile, con il suo brulicare di esiti raffinati
o rudi, fortunati o sepolti in copie isolate». Per
questo, chiosa Francesco Santi nella premessa al libro, paradossalmente «il fatto di non aver generato
un’immagine conclusiva di quest’epoca ce la restituisce a un livello maggiore di comprensione, ovvero come una figura in movimento».
L’OSSERVATORE ROMANO
domenica 19 febbraio 2017
pagina 5
Pablo Picasso
«Ragazza davanti allo specchio» (1932)
di LUCETTA SCARAFFIA
on succede spesso che uno
storico medievista ponga al
suo ambito di studi domande che nascono dall’attualità,
e cerchi di rispondere attraverso una ponderosa e approfondita ricerca. Questo approccio inedito fa dell’ultima opera di Jérôme Baschet (Corps et
âmes. Une histoire de la personne au Moyen
Âge, Paris, Flammarion, 2016, pagine 408,
euro 26), importante studioso francese che
è stato allievo di Le Goff, un libro particolarmente interessante. L’interesse si fa
ancora più forte vedendo che la domanda
riguarda un tema essenziale, la concezione
di persona, e le sue origini cristiane.
Quanto di questa radice religiosa ha influito nel creare la specificità della cultura
occidentale? Quanto ha determinato quella separazione fra spirito e materia che
rende diversa questa cultura da tutte le altre che si basano invece su concezioni moniste dell’essere umano? Separazione decisiva perché poi corrisponde a una netta
divisione fra l’essere umano e il mondo
animale e, più in generale, fra l’essere
umano e il mondo naturale, che diventa
così campo libero da conquistare con la
tecnica.
In un’Europa che nega le sue radici cristiane fa un certo effetto scoprire che il
termine stesso di persona, inteso nel significato attuale, ha radici teologiche: nasce
dal concetto di Trinità, definita come una
sola essenza in tre persone. Nel concilio di
Calcedonia del 451, poi, si era stabilito che
in Cristo le due nature, umana e divina, si
uniscono in una sola persona. Sarà nel XII
secolo che il termine persona scivola
dall’ambito trinitario e cristologico a quello antropologico, e da allora viene usato
per designare l’essere umano. La persona
umana viene infatti definita come articolazione complessa di due entità fortemente
differenziate, l’anima e il corpo.
N
Nell’ultimo libro di Jérôme Baschet le origini cristiane dell’idea di persona
Se finisce
il paradosso dell’interiorità
opposti, mobilitato con successo anche
per pensare la Chiesa e la società.
Al cuore del funzionamento ecclesiale
troviamo quindi la logica della spiritualizzazione del corporale, che non viene cancellato né disprezzato, bensì guidato da
un principio spirituale. Nella stessa epoca,
l’uso crescente delle immagini prova che è
possibile dare una forma materiale allo
spirituale.
Le eresie del tempo, invece, sposano
un’idea dualista: i catari ad esempio affermano che lo spirito si salva solo se separato dal corpo, mentre l’unione significa
corruzione. In questo modo distruggono
dalle fondamenta la legittimità dell’istituzione
ecclesiale.
Al cuore del funzionamento ecclesiale
Ma, dall’altra parte,
una confusione troppo
troviamo la logica
forte fra spirituale e
della spiritualizzazione del corporale
temporale — testimoniata dalla vita dissoluta
Che non viene cancellato né disprezzato
del clero — rischia di dibensì guidato
struggere la Chiesa dando ragione alle denunce
da un principio spirituale
anticlericali. Quello che
per l’istituzione può essere
considerato
un
La formazione del corpo deriva dai ge- equilibrio positivo ad altri occhi può semnitori, in particolare dal padre — secondo brare un compromesso degradante con il
la teoria scientifica aristotelica, in genere mondo.
preferita a quella di Galeno, che dava un
Le eresie — a cominciare da Wyclif, che
posto anche alla madre — mentre l’anima avrà influenza su Hus e poi su Lutero —
è creata direttamente da Dio. L’origine di
ogni vita umana s’iscrive quindi in un intervento personalizzato di Dio, una sorta
di supplemento della creazione iniziale.
Ed è proprio grazie alla creazione singolare di ogni anima che nasce il concetto di
essere individuale. Concetto che trova poi
conferma e rafforzamento nell’idea della
sopravvivenza dell’anima singola dopo la
morte. L’individuazione si compie dunque
attraverso un legame singolare ed esclusivo con la divinità. Anche se la morte significa, infatti, la separazione fra le due
entità
costitutive,
la
sopravvivenza
dell’anima assicura una forte continuità
della persona.
Baschet documenta la tendenza antidualista caratteristica della cultura medievale, che costruisce un legame dialettico e
continuo fra le due nature che compongono l’essere umano, e che si allarga a una
visione del rapporto con il regno animale
e quello naturale molto meno separati
dall’essere umano rispetto a come li intendiamo oggi, perché entrambi comunque
parti del creato, e quindi frutto della volontà divina.
Questo modello antropologico, fondato
sull’articolazione positiva dello spirituale e
del corporale, serve anche a pensare un
modello di funzionamento del corpo sociale, e in particolare della Chiesa. Nel
medioevo si sviluppa infatti una perfetta
omologia fra la concezione di persona
umana e quella di organizzazione sociale,
attraverso una dinamica antidualista che
accompagna e garantisce l’affermazione
dell’istituzione ecclesiale. Il clero, che rappresenta la parte spirituale, assume quindi
una posizione dominante sui laici, che
rappresentano la parte corporale, trovando
nella costituzione stessa dell’umano una
legittimazione alla sua pretesa di guidare
la società, assumendo così una sorta di paternità spirituale nei confronti dei laici.
Secondo Ugo di San Vittore chierici e laici si uniscono nel formare la totalità del
corpo di Cristo, che è la Chiesa.
Vediamo quindi come la concezione
della persona umana, insieme alla matrice
Simon Marmion, «L’anima di san Bertino
teologica dell’Incarnazione, costituisca un
trasportata a Dio» (1459)
potente modello di congiunzione degli
negano la possibilità stessa della Chiesa
come istituzione del paradosso, fondata
sull’incarnazione dello spirituale e sulla
spiritualizzazione del corporale.
Baschet osserva che la capacità di articolazione dei contrari, pur implicando una
differenza gerarchica fra le parti, conduce
a una valorizzazione dell’elemento dominato. Il rispetto della gerarchia, infatti,
porta all’egualizzazione, cioè all’identificazione con l’elemento dominante. E comunque il cristianesimo medievale insiste
sull’unità del genere umano, garantita dalla natura divina dell’anima.
La stessa tensione all’egualizzazione si
riscontra in un’altra dinamica che riprende
questa articolazione duale fra corporale e
spirituale, quella fra maschile e femminile.
Non solo la nascita di Eva dalla costola,
cioè dal fianco, sta a simbolizzare una dimensione orizzontale del rapporto tra lei e
Adamo, ma in ogni caso la formula mulier
ex viro si applica solo al corpo, cioè alla
parte inferiore della persona. Secondo
Tommaso, poi, Eva è stata creata a partire
dal corpo di Adamo perché egli le si attacchi di più, la ami di più. È infatti dal
mito narrato dalla Genesi che nasce il matrimonio cristiano monogamico e indissolubile.
In sostanza, la dimensione egualitaria
fra i sessi si fonda sul loro comune rapporto con Dio.
L’identificazione del femminile con il
corpo fa sì che la riabilitazione dell’uno
comporti anche quella dell’altro: processo
rimasto così impresso nella tradizione occidentale che ne abbiamo visto ancora una
realizzazione negli ultimi decenni del Novecento, quando la liberazione femminile
si è accompagnata a una valorizzazione
quasi esasperata del corpo.
Lo statuto della Chiesa, al tempo stesso
simbolicamente femminile e incarnata dagli uomini, è propizio a un intenso lavoro
di articolazione dei valori associati al maschile e femminile. Anche in questo caso
troviamo la compresenza di un elemento
gerarchico e di una tensione egualitaria,
confermata dalla certezza che non esiste
nell’anima distinzione di sesso. Da questo
deriva infatti una conseguenza fondamentale: l’uomo e la donna sono entrambi a
immagine di Dio, perché è con l’anima
che siamo a immagine di Dio.
Baschet conclude scrivendo che esiste
un’invariante condivisa da tutte le culture:
la dualità fra il somatico e l’animico.
Cambia il modo in cui queste due componenti si articolano. E affinché due esseri
umani riescano a farne un terzo è necessario un elemento esterno, animatore.
Una seconda invariante è costituita dal
fatto che al momento della morte le entità
dell’anima si separano dal corpo. Proprio
su questo punto, però, le concezioni cristiane si distinguono profondamente dagli
esempi presi da altre culture. La differenza
consiste proprio nell’unità-continuità della
persona — rinforzata dall’idea della creazione divina individualizzata di ogni anima — mentre le altre culture prevedono o
una concezione di cicli animici (metempsicosi) oppure una dispersione della persona dopo la morte.
A queste differenze si aggiunge quella
fra rapporto adattativo e rapporto trasformativo del mondo. Da una parte, l’umano
è costituito della stessa energia dell’universo, dall’altra, mentre il corpo mantiene
un’analogia con gli elementi che compongono il mondo materiale, l’animico rompe
ogni legame con il contesto per far prevalere, nella modalità della sua costituzione,
una relazione esclusiva con la divinità.
Con Descartes il difficile equilibrio che
la cultura medievale continuava a cercare
concezione moderna, scartando queste relazioni a profitto di un legame esclusivo
con la trascendenza divina.
In questo cristallizzarsi della specificità
occidentale viene a scomparire la più profonda ricchezza del pensiero medievale,
quel paradosso dell’interiorità che poneva
nel punto più interno della persona il rapporto con l’Altro, cioè con il massimo di
esteriorità. Un paradosso in cui la relazionalità è proiettata il più lontano possibile,
cioè verso l’assoluta trascendenza divina.
Il medioevo, conclude quindi Baschet, è
stata l’epoca meno dualista della storia occidentale, quando la necessaria articolazione fra l’anima e il corpo — legata strettamente all’Incarnazione — sosteneva l’istituzionalizzazione dello spirituale, quindi
la necessità della Chiesa.
Oggi questa concezione occidentale della persona è in crisi. La perdita di una dimensione di appartenenza comunitaria e
di un legame analogico con il mondo naturale hanno creato gravi problemi che è
sempre più difficile affrontare. Uno dei
quali, e certo non secondario, è la crisi
delle istituzioni. Guardare al nostro passa-
fra anima e corpo si rompe: l’io viene
identificato con l’anima, cioè con la parte
che pensa. Questa affermazione implica
una riconfigurazione del rapporto fra
umano e non umano che, eliminando la
possibilità di una entità intermedia, l’anima sensitiva, accentua fortemente lo scarto
fra uomo e animale. Il
pensiero è l’inizio assoluto, il fondamento che
non richiede altro che se
stesso: emerge così con
chiarezza il carattere autofondatore della sostanza pensante.
Con Locke la coscienza di sé supplisce interamente l’anima: è concepita come interiorità pura che dipende unicamente da se stessa. Si
affaccia così nel panorama intellettuale europeo
la novità radicale di una
concezione della persona che può essere definita come a-relazionale,
perché non iscrive nella
persona stessa nessuna
relazione necessaria alla
sua costituzione.
Nasce così l’individualismo moderno, che
si basa sulla concezione
autofondata della persona, rivendicata solo come coscienza. Per questo l’individuo è considerato il valore supremo, anche superiore alla
società, dal momento
che non deve nulla a
nessuno, e s’inaugura la
teoria del contratto sociale, che postula l’anteriorità dell’individuo rispetto alla società.
La rottura decisiva avviene con l’affermazione
indiscutibile
dell’eccezione umana, che comporta il passaggio dal«L’uomo universale»
l’analogismo — e cioè da
(XIII secolo, illustrazione del «Liber divinorum operum» di Ildegarda di Bingen)
un mondo in cui la natura presentava aspetti
di analogia rilevanti con l’essere umano – to, sembra suggerire Baschet, può essere
al naturalismo. Così l’individuo autofon- molto utile per suggerire dei correttivi a
dato e a-relazionale, che dipende solo dal- un sistema filosofico caduto in crisi prola coscienza di sé, liberato da ogni legame fonda.
In questa lunga riflessione — e nel suo
costitutivo con il mondo e con la trascendenza, autorizzato a considerare se stesso legame con l’attualità — stanno l’interesse
come proprio fondamento e a riferirsi a sé del libro e la sua novità. Per quanto risolo, si sente padrone del mondo naturale. guarda la società moderna, però, l’autore
sembra dimenticare il
forte turbamento all’assetto filosofico duaOggi è in crisi
le, da lui giustamente
identificato come mola concezione occidentale della persona
derno, impresso dal
La perdita di appartenenza comunitaria
darwinismo, che ha
posto bruscamente fine
e di un legame analogico con il mondo naturale
all’eccezione
umana,
hanno creato problemi difficili da affrontare
riportando la persona
nell’ambito della natura animale. Senza però
La separazione fra spirituale e materiale è indebolire la concezione di individuo aula condizione per la nascita della scienza tofondato, né la sua identificazione con la
moderna: prima c’è il concetto di creazio- coscienza di sé. Il modello interpretativo
ne, sulla quale veglia l’ombra di Dio, poi da lui proposto suggerisce invece, proprio
su questo punto, nuove e interessanti piste
ci sarà la natura senza Dio.
Mentre questo accade nella cultura oc- di riflessione.
In sostanza, alla luce del lungo excurcidentale, la maggioranza delle altre culture iscrivono la persona entro legami costi- sus storico di Baschet, si potrebbe ripentutivi con la parentela o con il gruppo so- sare alla concezione attuale della persona
ciale di appartenenza, così come con l’am- in occidente con occhi resi più acuti dal
biente non umano. Già la cultura medie- distacco storico, e quindi più capaci di
vale però aveva aperto la strada verso la comprendere il presente.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 6
domenica 19 febbraio 2017
I vescovi statunitensi sulla riforma sanitaria
Liberi
di servire
Anche gli anglicani chiedono al governo canadese di consentire l’ingresso ad altri 7000 rifugiati
Necessità di accoglienza
OTTAWA, 18. Continuano le prese di
posizione delle Chiese in Canada
contro le decisioni del presidente
Trump di limitare negli Stati Uniti
d’America gli ingressi dei migranti
provenienti da alcuni paesi musulmani e la costruzione di un muro
lungo la frontiera con il Messico.
Preoccupati da queste misure restrittive i cristiani canadesi invitano il
premier ad attuare politiche di accoglienza più inclusive.
E dopo le richieste della Chiesa
cattolica, giovedì, si sono aggiunte
quelle della Comunione anglicana.
Infatti, la diocesi della regione
British Columbia ha chiesto ufficialmente al governo di aumentare i livelli di accoglienza dei rifugiati al fine di consentire l’ingresso quest’anno di almeno altre settemila persone
rispetto a quanto prospettato. In un
comunicato, la diocesi ha osservato
che il Canada ha fissato per il 2017
un obiettivo di inserimento pari a
Le parrocchie brasiliane
e il fenomeno del pentecostalismo
BRASÍLIA, 18. Una riflessione
approfondita sul fenomeno del
pentecostalismo e del neopentecostalismo. È quella condotta dal Consiglio episcopale pastorale della Conferenza episcopale brasiliana riunito nei
giorni scorsi a Brasília, con
l’obiettivo innanzitutto di conoscere meglio queste realtà
che stanno registrando una
forte e continua espansione nel
Paese e conseguentemente
adottare anche alcune nuove
scelte pastorali.
Punto di partenza per la discussione, riferisce l’agenzia
Sir, è stata la relazione di
Francesco Biasin, vescovo di
Barra do Piraí - Volta Redonda e presidente della Commissione per l’ecumenismo e il
dialogo interreligioso. È necessario «rendere più agile la nostra attenzione sociale», ha
avvertito il presule, il quale ha
spiegato che spesso le motivazioni che spingono ad abbandonare la comunità cattolica
sono materiali e relative a
bisogni molto concreti.
Spesso il fedele è conquistato da una promessa di aiuto
materiale e i pentecostali, è
stato sottolineato, si rendono
particolarmente vicini nei momenti di sofferenza. In questo
senso, il vescovo ha osservato
che la domanda che a volte si
pone la gente è: «Perché in
queste circostanze in cui si
rendono conto della gravità
della situazione, loro si fanno
presenti e noi invece no?».
Un secondo aspetto della
relazione ha toccato la necessità di promuovere piccole comunità che abbiano dei laici
come riferimento. Il vescovo
ha affermato: «Abbiamo parrocchie così grandi che, in generale, i nostri fedeli non si
sentono a casa, ma come lasciati soli e abbandonati; mentre si sentono a casa, accettati,
apprezzati e accolti in piccole
comunità di gruppi pentecostali». Una possibile risposta è
allora quella, per la Chiesa
cattolica, di «rafforzare il clima di famiglia nelle parrocchie» attraverso piccole comunità, gruppi di preghiera,
gruppi giovanili e altre simili
iniziative, investendo decisamente nella formazione dei laici. Una terza proposta, da parte di monsignor Biasin, è stata
quella di «investire sulla catechesi e sulla formazione biblica», dato che nella maggioran-
za dei casi «le persone che
aderiscono al pentecostalismo
sono ingenue e prive di un
sufficiente
approfondimento
sulla loro fede».
Un’altra
raccomandazione
riguarda la necessità di «coltivare la spiritualità». Infatti, «i
pentecostali cercano un’esperienza spirituale; desiderano
sperimentare la presenza dello
Spirito santo».
25.000 donne e uomini, rispetto alle
44.800 unità dell’anno prima. La dichiarazione ricorda come ci sia ora
una «necessità senza precedenti di
accoglienza di rifugiati», ancor più
dopo le prese di posizione del vicino di casa statunitense. Da qui,
l’appello rivolto all’esecutivo canadese «per continuare a mostrare un
ruolo di leadership. Ci rendiamo
conto che non spetta solo a noi
riempire il vuoto che il governo degli Stati Uniti ha lasciato in materia
al momento, ma dobbiamo comunque impegnarci per fare del nostro
meglio».
Nei giorni scorsi, la conferenza
dei gesuiti del Canada e degli Stati
Uniti ha denunciato con fermezza
l’ordine esecutivo dell’amministrazione Trump «che sospende ed
esclude i rifugiati e mette al bando i
cittadini di sette Paesi» definendolo
un «affronto alla nostra missione e
un attacco ai valori americani e cristiani». «Noi gesuiti, tramite il nostro lavoro nelle scuole superiori,
nelle università, nelle parrocchie e in
ministeri caratteristici come il Servizio dei gesuiti per i rifugiati (Jrs) —
si legge nella dichiarazione — abbiamo una lunga tradizione, di cui andiamo fieri, di accoglienza e di accompagnamento dei rifugiati, a prescindere dal culto che professano.
Continueremo il nostro lavoro, in
difesa e in solidarietà verso tutti i figli di Dio, musulmani o cristiani. Il
mondo è profondamente afflitto e
molti dei nostri fratelli e sorelle so-
no legittimamente terrorizzati. La
nostra identità cattolica e gesuita —
conclude la dichiarazione — ci chiama ad accogliere lo straniero e ad
avvicinarci a diverse culture e tradizioni religiose con apertura e comprensione. Non dobbiamo farci
prendere dalla paura. Dobbiamo
continuare a difendere i diritti umani e la libertà religiosa».
Attualmente, il Canada gestisce
un modello di accoglienza in collaborazione con molte realtà private
presenti sul territorio, organizzazioni
di varie dimensioni che in base alle
possibilità si fanno carico dei progetti di inserimento nel paese, anche
da un punto di vista economico.
Dei 25.000 ingressi previsti
quest’anno — riferisce il sito riforma.it — il governo canadese prevede
di finanziarne 7500, mentre l’ampia
quota restante sarà frutto di sponsorizzazioni private che provvederanno
ai bisogni primari nei primi mesi di
residenza nella loro nuova patria.
Da qui la richiesta di pareggiare almeno l’investimento previsto dai privati.
Da sola la diocesi anglicana della
British Columbia sta sostenendo al
momento 268 persone, grazie allo
sforzo di oltre 500 volontari disseminati sul territorio. Fra loro si
segnalano il centro islamico di Nanaimo e la moschea Al-Iman di Victoria con cui esiste una proficua collaborazione basata sull’aiuto all’integrazione dei nuovi arrivati di fede
islamica.
I mennoniti lanciano
Renewal 2027
AUGUSTA, 18. Un centinaio di esponenti mennoniti provenienti dai cinque continenti si sono dati appuntamento nei giorni scorsi ad Augusta,
in Germania, per lanciare la decade
«Renewal 2027» (Rinnovamento
2027). Il progetto, che nei prossimi
dieci anni prevede una serie di iniziative in tutto il mondo, vuole preparare alla commemorazione dei
cinquecento anni dall’inizio del movimento anabattista.
Storicamente i mennoniti possono
essere fatti risalire al movimento
anabattista nato a Zurigo in concomitanza con la Riforma di Ulrico
Zwingli, ma facente parte di quel ramo di pensiero denominato «Riforma radicale». Questa corrente fu
aspramente contrastata dalla Riforma protestante detta «magistrale» e,
in seguito alle persecuzioni subite, si
diffuse nel sud della Germania, in
Austria e in Olanda e da lì nelle sue
varie forme (mennoniti, amish,
quaccheri) nel mondo intero, e in
particolare negli Stati Uniti e in Canada.
Il 24 febbraio 1527, al fine di ribadire gli originali principi dell’anabattismo, i seguaci si radunariono a
Schleitheim, località nel cantone
svizzero di Sciaffusa, per compilare
il «Fraterno accordo di alcuni figli
di Dio concernente sette articoli».
Lo stesso anno si tenne nella città di
Augusta anche il cosiddetto «Sinodo anabattista»: i leader presenti furono successivamente quasi tutti uccisi, così da tributare all’evento il
nome di «Sinodo dei Martiri».
Per lanciare le celebrazioni in occasione del quinto centenario del
movimento che si terranno nel 2027,
il comitato esecutivo della conferenza mennonita mondiale ha convocato proprio ad Augusta un incontro
tra gli esponenti della storica denominazione. Si tratterà, hanno
spiegato i promotori dell’iniziativa,
di un’occasione per «rinnovare e approfondire la fede cristiana in prospettiva anabattista».
Una casa
delle religioni
a Torino
TORINO, 18. Proseguono a Torino
gli incontri preparatori per l’istituzione di una casa delle religioni, uno spazio urbano “multifede” dove gli appartenenti alle diverse minoranze religiose possano
sperimentare il dialogo e costruire
valori condivisi.
Partendo dall’esempio di altre
virtuose
esperienze
europee,
l’idea che sinora è emersa ruota
attorno a due poli: offrire a chi è
privo di luoghi di culto un’alternativa per poter praticare la propria fede — esigenza avvertita soprattutto da musulmani e ortodossi romeni — e al contempo dare vita a uno spazio di scambio
anche a livello di tematiche culturali e sociali.
WASHINGTON, 18. La «prima»
e la «più preziosa» delle libertà. I vescovi statunitensi tornano a battere il tasto sulla necessità di arrivare a un pieno riconoscimento della libertà religiosa, una delle questioni che forse più di altre negli ultimi anni
hanno occupato la scena del
dibattito interno. La vicenda riguarda alcuni aspetti della riforma dell’Health and Human
Services, il servizio sanitario
nazionale, impostata dalla passata amministrazione della Casa Bianca, che tra altre cose impone, come è noto, la copertura assicurativa anche per farmaci e dispositivi che possono
causare aborti, o per altre pratiche contrarie alla morale cattolica. Mettendo così di fatto con
le spalle al muro congregazioni
religiose — in particolare le Little Sisters of the Poor hanno
avviato un complesso contenzioso giuridico — ed enti catto-
scopali (Laici e famiglia, Libertà religiosa, Giustizia e sviluppo umano).
I presuli ricordano come «il
diritto di tutti gli esseri umani
alla libertà religiosa, sulla base
della dignità intrinseca a ogni
persona», sia stato a lungo sostenuto dall’episcopato cattolico e come «nel corso degli ultimi anni, con nostra grande costernazione, il governo federale
ha eroso questo diritto fondamentale, la nostra prima e più
preziosa libertà».
In questo senso, i presuli citano il caso delle Little Sisters
of the Poor sulle cui attività
gravano ancora pesanti sanzioni di decine di milioni di dollari. Di qui anche la necessità di
dare attuazione a un cambio di
marcia, ampiamente annunciato, tanto che ai primi di febbraio diversi organi di informazione avevano dato come per
imminente la firma in tal senso
lici gestori di cliniche e strutture di assistenza sanitaria.
I vescovi adesso ribadiscono
la loro posizione e chiedono
nella sostanza al nuovo presidente di consentire «a tutti gli
americani di poter praticare la
loro fede senza dover subire
gravi sanzioni da parte del
governo federale». Lo stesso
Trump aveva infatti assicurato
che la sua «amministrazione
farà tutto quanto in suo potere
per difendere e proteggere la
libertà religiosa nel nostro
paese».
Parole ricordate adesso in
una dichiarazione, diffusa dal
sito in rete dell’episcopato statunitense, firmata dal cardinale
arcivescovo di New York, Timothy Michael Dolan, presidente della commissione per le
attività pro-life e da altri tre
presuli — Charles Joseph Chaput, William Edward Lori,
Frank J. Dewane — responsabili
di altrettante commissioni epi-
di un ordine esecutivo da parte
della Casa Bianca. «Sollecitiamo l’adempimento di questa
promessa», scrivono i vescovi, i
quali auspicano che «la fondamentale tutela della libertà religiosa possa essere ripristinata e
anche rafforzata». È insomma
«necessario un rimedio immediato» perché senza di esso «la
nostra libertà di servire, come
dimostrato dalle Little Sisters
of the Poor e da quanti servono i poveri, rimarrà in pericolo,
e l’inutile conflitto tra la comunità di fede e il governo federale continuerà».
In quanto cristiani, si ribadisce, «il nostro obiettivo è quello di vivere e servire gli altri
come chiede il Vangelo. Ripristinare il corretto rapporto del
governo federale con il primo
emendamento e altre leggi che
proteggono la coscienza e la libertà religiosa ci permetterà di
continuare il nostro servizio
agli americani più vulnerabili».
Quarantacinque anni di cooperazione
ecumenica in Europa
PARIGI, 18. Si svolgerà nella capitale francese dal 20 al 21 febbraio
l’incontro del Comitato congiunto
del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) e della
Conferenza delle Chiese europee
(Kek).
Istituito nel 1972, all’indomani
della nascita del Ccee (1971), il Comitato si riunisce annualmente e ha
come compito principale quello di
definire e supervisionare le varie
iniziative congiunte dei due organismi.
Tra le attività finora realizzate figurano le tre grandi assemblee ecumeniche europee (Basilea, 1989;
Graz, 1997; Sibiu, 2007) e la redazione della Charta oecumenica (2001)
che contiene le linee guida per accrescere la cooperazione tra le
Chiese cristiane in Europa.
Il Comitato riunisce, oltre alle
presidenze e ai segretari generali
dei due organismi, alcuni altri
membri nominati rispettivamente
dalla Kek e dal Ccee, per un totale
di sette membri per delegazione.
Nell’incontro di Parigi, viene
spiegato in un comunicato, le due
delegazioni ripercorreranno le tappe che hanno segnato questi 45 anni di cooperazione e si confronteranno sulle possibili prospettive di
collaborazione future.
Le giornate saranno scandite da
momenti di preghiera secondo le
varie tradizioni delle confessioni
cristiane presenti all’incontro. La
delegazione della Kek sarà guidata
dal vescovo anglicano Christopher
Hill, quella del Ccee dal cardinale
arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco.
L’OSSERVATORE ROMANO
domenica 19 febbraio 2017
pagina 7
Nella relazione del promotore di giustizia del tribunale dello Stato della Città del Vaticano
Nuovi impegni
È il risultato di uno «sforzo di
grande complessità e imponenza», giunto ormai a compimento
con le riforme volute da Papa
Francesco, che consente allo Stato della Città del Vaticano di
porsi a pieno titolo sullo stesso livello giurisdizionale degli altri
paesi della comunità internazionale, pur mantenendo ben solide
identità, sovranità e impermeabilità del suo ordinamento giuridico. Gian Piero Milano, promotore di Giustizia, definisce così il
rinnovato sistema giuridico dello
Stato della Città del Vaticano
scaturito dalle riforme iniziate da
Benedetto XVI e poi portate a
compimento e ampliate da Papa
Francesco. Ne ha parlato sabato
mattina, 18 febbraio, in occasione
della cerimonia di inaugurazione
dell’anno giudiziario, svoltasi
nell’Aula vecchia del Sinodo.
Nella sua relazione — 46 pagine, suddivise in 9 capitoli, corredate da 10 pagine di tabelle rias-
organi per il controllo finanziario; e orientata, la terza, all’ampliamento della giurisdizione degli organi giudiziari vaticani sempre nell’intento di contrasto ai
crimini in questo settore.
Per quanto riguarda l’ambito
legislativo, le riforme introdotte o
portate a compimento nel pontificato di Francesco hanno interessato soprattutto l’ambito penale,
più specificatamente le varie forme di criminalità finanziaria, di
riciclaggio del denaro frutto di
attività illegali e di contrasto al
terrorismo internazionale. Si è
trattato di un adeguamento normativo dovuto alla sottoscrizione
di convenzioni internazionali cui
ha aderito la Santa Sede, anche a
nome e per conto dello Stato Vaticano. Un cambiamento piuttosto radicale, al quale non sono
state risparmiate critiche sul piano dottrinale. La contestazione
più ricorrente ha fatto riferimento
a un presunto “affievolimento”,
suntive dei dati — Milano si è
soffermato in particolare sul lavoro svolto in questi ultimi anni seguendo le indicazioni di Papa
Francesco. Indicazioni, ha precisato, chiaramente ispirate dal suo
stile pastorale, orientate verso tre
direttive principali. Di carattere
prettamente legislativo la prima,
incentrata su significative rimodulazioni ed innovazioni nell’architettura dell’ordinamento soprattutto penale; più strutturale
la seconda, con la creazione di
se non a una limitazione, dell’indipendenza della Santa Sede. In
realtà, ha spiegato Milano, «non
diversamente è avvenuto per i
singoli paesi membri dell’Unione
europea, che hanno sostanzialmente delegato al legislatore comunitario il potere di normazione
in materia finanziaria». In ogni
caso, «non se ne può inferire una
svolta in senso statualistico
dell’ordinamento ecclesiale», ma
piuttosto «l’emergere, anche a livello giuridico e istituzionale,
Nell’omelia del segretario di Stato
Legge divina
e fallibilità umana
Non solo la pena di morte ma anche
l’ergastolo, «una pena senza speranza», dovrebbe scomparire dagli ordinamenti giuridici, condividendo e appoggiando il «coraggioso impegno»
di Papa Francesco. È la richiesta del
cardinale Pietro Parolin, segretario di
Stato, durante la messa per l’apertura
dell’anno giudiziario del tribunale
dello Stato della Città del Vaticano,
celebrata, sabato mattina, 18 febbraio,
nella cappella del Governatorato prima della cerimonia inaugurale.
All’omelia, commentando il brano
evangelico della Trasfigurazione, il
porporato ha aggiunto che la vita cristiana non «è solo attesa della gloria
futura, ma è accoglienza di tutti quegli sprazzi di luce che il Signore ci
dona nel nostro cammino quotidiano,
e, nello stesso tempo, impegno perseverante per rischiarare le tenebre che
ci avvolgono e cambiarle in luce». In
pratica, è impegno per «trasfigurare
anche il male, non ignorarlo, bensì
positivamente combatterlo e sradicarlo», sostituendovi «il bene e la sua
inesausta ricerca»; combattere l’odio e
sostituirvi «l’amore; combattere l’indifferenza, il cinismo, la ferocia, la
vendetta», e sostituirvi «la tenerezza,
la misericordia, la pietas, il perdono;
combattere l’ingiustizia, nelle varietà
delle sue forme e manifestazioni, e
sostituirvi la giustizia, la ricerca del
giusto».
Anche la giustizia terrena, ha continuato, può e deve diventare, «grazie
allo sforzo onesto e competente dei
suoi operatori, come un Tabor», dove
sono ancora presenti «Elia, cioè la
profezia, con la sua carica di novità,
di libertà, di apertura», e Mosè, «cioè
la Legge, la legge naturale, innanzitutto, scolpita da Dio nella mente e
nel cuore degli uomini», che «a essa
naturalmente inclinano, e quella positiva, umana, che alla prima deve ispirarsi e a essa mai opporsi o contrastare». Per questo, ha detto il cardinale,
«sappiamo bene che quella umana è
una giustizia parziale e fallibile». Da
ciò la «doverosa cautela da parte degli operatori della giustizia e, in primo luogo, dei giudici».
Tra i presenti alla celebrazione, il
cardinale Sardi, il vescovo Corbellini;
Giuseppe Dalla Torre, presidente del
tribunale dello Stato della Città del
Vaticano; i giudici Piero Antonio
Bonnet, Paolo Papanti-Pelletier e Venerando Marano; il promotore di
Giustizia, Gian Piero Milano, e il
promotore aggiunto Roberto Zannotti; il direttore dei servizi di sicurezza
e protezione civile del Governatorato,
Domenico Giani.
Al termine della messa è seguita la
cerimonia di inaugurazione dell’anno
giudiziario, con la relazione del promotore di Giustizia. Vi hanno partecipato anche i cardinali Bertello, Calcagno, Sandri, Mamberti e Nicora, l’arcivescovo Gallagher, segretario per i
Rapporti con gli Stati, e monsignor
Borgia, assessore della Segreteria di
Stato. Tra i presenti, inoltre, il cancelliere e il cancelliere supplente, rispettivamente Raffaele Ottaviano ed Elisa
Pacella. Hanno partecipato alla cerimonia anche i rappresentanti dei diversi uffici del Governatorato e numerose autorità civili italiane, tra le quali
il vicepresidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi, in rappresentanza del Consiglio superiore della
magistratura, Paola Balducci, i presidenti di sezione della Corte di cassazione, Sergio Di Amato e Pierfelice
Pratis.
della sollecitudine della Santa Sede a partecipare in coerenza con
la propria specifica missione, a
tutte quelle iniziative che coinvolgono la comunità internazionale,
dirette a rimuovere le ingiustizie
e gli squilibri che si danno negli
assetti sociali».
Il promotore di Giustizia ha ribadito che il sistema delle fonti
del diritto vaticano resta il «baluardo della sovranità dello Stato», ricordando che l’ordinamento canonico è la «prima fonte
normativa» e il «primo criterio di
riferimento interpretativo» . Dunque nessun pericolo in questo
senso anche dopo le riforme realizzate da Papa Francesco. Riforme che, va ricordato, traggono
origine dalla adesione, nel dicembre 2009, alla convenzione monetaria europea e dal conseguente
impegno a uniformare la propria
legislazione agli standard comunitari. Impegno che è stato puntualmente portato a termine.
Già pochi mesi dopo l’inizio
del pontificato, Papa Francesco,
con la legge n. VIII dell’11 luglio
2013 recante «norme complementari in materia penale», ha dato
una decisa accelerazione alle riforme penali, in attuazione di obblighi derivanti proprio da trattati internazionali ratificati dalla
Santa Sede. Sono state introdotte
nuove figure di reato o ampliati
specifici settori dell’ordinamento:
tra questi vanno anzitutto segnalati i delitti contro la persona,
nelle figure della discriminazione
razziale, della tratta di persone e
della tortura. Particolare attenzione è stata dedicata anche ai delitti contro i minori, con un’ampia e
rigorosa considerazione di varie
fattispecie criminose. Nel catalogo dei delitti contro l’umanità si
ritrovano poi il «genocidio» (che
ricomprende anche le pratiche
volte ad impedire le nascite in seno ai gruppi nazionali, etnici,
razziali o religiosi), ma anche la
sterilizzazione forzata, lo stupro e
altre forme di violenza sessuale,
l’apartheid, la sparizione forzata
delle persone e altri atti inumani
diretti a provocare gravi sofferenze. Sotto il titolo crimini di guerra sono poi catalogati i delitti in
materia di terrorismo o eversione.
Un cenno particolare merita la
parte sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche
derivante da reato. Tra i «delitti
contro la sicurezza dello Stato» è
stata inserita la «divulgazione di
notizie e documenti», con la quale si sanziona la condotta di chi
si procura illegittimamente o rivela notizie o documenti di cui è
vietata la divulgazione; al riguardo è prevista un’aggravante nel
caso in cui le notizie o i documenti divulgati concernano gli
interessi fondamentali o i rapporti diplomatici della Santa Sede o
dello Stato. Va sottolineata anche
l’abolizione della pena dell’ergastolo, sostituita con la reclusione
da 30 a 35 anni. «È la traduzione
sul piano giuridico — ha commentato Milano — di un punto
centrale del magistero di Papa
Francesco».
Per quanto riguarda le riforme
strutturali, il promotore ha riproposto innanzitutto l’istituzione
dell’Autorità di informazione finanziaria (Aif), titolare di ampi
poteri ispettivi «interni» indirizzati alla vigilanza, prevenzione e
contrasto del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, e di
correlati poteri regolamentari e
sanzionatori. Sono state poi avviate significative rimodulazioni
nel settore finanziario, con la rivisitazione di competenze di organi
esistenti e con l’istituzione di
nuovi organismi: il Consiglio per
l’economia, la Segreteria per
l’economia e l’ufficio del Revisore
generale. Tali provvedimenti non
si esauriscono «nell’ambito delle
dinamiche istituzionali di interesse dello Stato e della Santa Sede», ma mostrano come la Chiesa
avverta la responsabilità che l’amministrazione delle risorse economiche sia inserita «in una più
ampia dinamica di solidale cooperazione internazionale».
A proposito di impegni internazionali, Milano ha ricordato
che «possono dirsi adempiute per
la più gran parte — e con piena
soddisfazione — le raccomandazioni di Moneyval collegate alle
verifiche antiriciclaggio, tanto da
potersi ritenere ormai colmato il
gap iniziale rispetto agli standard
internazionali per ciò che riguarda le azioni di prevenzione e monitoraggio»; anche se, ha precisato, restano «sollecitazioni» per
l’avvio di iniziative ulteriori sul
piano giudiziale. Da rimarcare
comunque che, sul piano dell’attività condotta in sede cautelare,
si sono registrati sequestri di ingenti somme: in particolare, dal
2013 al 2016, sono stati confiscati
beni
per
11.297.510,03
euro
(1.132.300
nel
solo
2016),
1.012.156,77 dollari (960.938 nel
2016) e 320.034,77 sterline.
Da segnalare ancora i nuovi
rapporti con l’autorità finanziaria
in Italia, allo scopo di garantire
uno scambio di informazioni in
ambito fiscale il più ampio possibile. Sempre in attuazione di
questo accordo, una serie di soggetti, detentori di attività finanziarie presso enti vaticani, sono
stati posti in condizione di
«adempiere gli obblighi di determinazione e versamento delle imposte sui redditi di capitale e sui
redditi diversi di natura finanziaria», nonché «dell’imposta sulle
attività
finanziarie
detenute
all’estero». In ogni caso, ha ricordato Milano, resta prioritario
l’impegno di contrasto alla corruzione, che «vede la Santa Sede
impegnata a fianco della comunità internazionale».
Da segnalare infine la parte
della relazione riguardante la
nuova dislocazione delle competenze giurisdizionali assegnate ai
tribunali dello Stato. Al riguardo
il promotore ha ribadito come ormai la materia della prevenzione
e contrasto delle attività illegali
nel settore finanziario sia assoggettata a una comune disciplina
penale, con un’unica autorità di
controllo e verifica (l’Aif) e con
una comune autorità giurisdizionale chiamate a esercitare la giurisdizione penale nei confronti di
soggetti appartenenti alla Santa
Sede e allo Stato vaticano.
La parte finale della relazione è
stata dedicata all’attività svolta
dagli organi giudiziari vaticani e
dalla Gendarmeria Pontificia.
Nell’ambito della prima, è stato
fatto notare tra l’altro come nel
2016 sia stata portata alla cognizione del tribunale una materia
nuova, consistente in una fattispecie di trasporto transfrontaliero di denaro contante. Quanto
invece alle attività specifiche di
polizia giudiziaria, nel corso
dell’anno sono stati eseguiti due
ordini di cattura e 33 fermi. Accertamenti sono stati disposti su
78 denunce di furto e 126 infortuni, mentre 47 sono state le denunce di danneggiamento e 28 le
segnalazioni di tentativi di truffa.
Registrati anche 135 contravvenzioni e 59 sinistri stradali. Quattro, poi, gli arresti effettuati
nell’ambito della prevenzione e
della repressione del fenomeno
dei borseggi, frequente soprattutto nei Musei vaticani e in San
Pietro. Da ricordare infine le
azioni di contrasto ai crimini informatici e al furto o alla manomissione di dati riservati.
Domenica il Papa a Ponte di Nona
La sfida della luce
di MAURIZIO FONTANA
Quindici anni dopo, una nuova sfida. Era il 16 dicembre 2001 quando
Giovanni Paolo II per la trecentesima visita a una parrocchia romana
scelse quella di Santa Maria Josefa
del Cuore di Gesù a Ponte di Nona, nella periferia est della capitale:
inaugurò, di fatto, la chiesa appena
costruita per una comunità che fino
ad allora era stata costretta a celebrare la messa in un garage. Con la
visita del vescovo di Roma si alimentavano speranze di un futuro
migliore, di una vita più dignitosa,
di costruire insieme nel quartiere un
tessuto sociale e cristiano. Speranze
che, inevitabilmente, lottavano con
la realtà degradata di uno spicchio
di periferia, ritagliato fra via Prenestina e l’autostrada A24, figlio di
una urbanizzazione selvaggia e ben
poco progettata.
Oggi, da pochi mesi, la comunità
è guidata dal parroco don Francesco Rondinelli, che ha raccolto
l’eredità di don Angelo De Caro:
«un vero eroe — ci racconta don
Francesco — che per sedici anni è
stato qui, da solo, spendendosi
completamente per la gente». Don
Francesco ha, invece, l’aiuto di un
viceparroco, don Luca Bazzani,
«ma anche quello di tanti laici che
si mettono a disposizione per qualunque cosa. È gente molto generosa». Anche questo nuovo capitolo
della vita della comunità di Santa
Maria Josefa avrà la grazia di alimentarsi dell’incontro con un Pontefice. Papa Francesco, infatti, giunge qui domenica 19 febbraio per la
sua tredicesima visita a una parrocchia della diocesi di Roma.
Le difficoltà, rispetto a quindici
anni fa, sono ancora molte. I disagi
di un tempo sono rimasti tali, alcuni acuiti dalla pesante crisi economica degli ultimi anni. La popolazione si è praticamente quadruplicata, oggi conta circa ventimila persone. C’è qualche servizio in più,
nel frattempo è stata costruita una
scuola e, non lontano, qualche anno fa è stato aperto un grande centro commerciale: non solo meta dello shopping di clienti provenienti
da tutta la città, ma anche punto di
ritrovo un po’ per tutta le gente del
quartiere. Null’altro o poco più. Il
degrado è rimasto: molta povertà,
tanta disoccupazione.
La vera emergenza è il lavoro.
«Ci vorrebbe davvero — suggerisce
il parroco con una sorta di appello
— qualche grande azienda che si radicasse nel territorio e offrisse op-
portunità di lavoro soprattutto a
chi abita in zona. Qui invece non
viene offerto nulla. Tanta gente è
disponibile a darsi da fare, anche le
cose più umili. Le assicuro che è
tanto alto il desiderio di avere una
dignità». Il quartiere è molto giovane. Ci sono numerosi stranieri, ma
l’integrazione è difficile. «Per quanto ho potuto capire in questi mesi
— aggiunge don Francesco — mi
sembra che ci sia ancora una barriera». Insomma: una “normale” e
complicata vita di periferia. Manca
un mercato, manca un parco giochi.
I punti di riferimento sono scarsi.
Se non quello, che punta a essere
sempre più significativo, della parrocchia. «Quando sono arrivato,
l’obiettivo fondamentale che mi sono posto è stato quello di far diventare la parrocchia una luce. Dare
luce, la luce di Cristo, e fare in modo che ogni parrocchiano diventi a
sua volta luce per gli altri. È stata
la prima cosa che ho detto loro. Ed
è, in qualche modo, il nostro programma pastorale».
Romano, trentanove anni, originario di un altro quartiere popolare
come il Laurentino 38, don Francesco ha uno sguardo sereno ed entusiasta allo stesso tempo. Ci riassume in poche parole la sua storia:
«Sono un ex cuoco che intorno ai
vent’anni ha sentito la chiamata del
Signore attraverso il cammino neocatecumenale ed è entrato in seminario, al Redemptoris Mater. Si è
così aperto un nuovo capitolo nella
mia vita. Bello, molto bello». Vuole
restituire quello che ha ricevuto e
provare a insegnare questa stessa logica del dono ai suoi parrocchiani.
Le idee sono tante e puntano a «instaurare un percorso di crescita globale». «Io — racconta — sono entrato in parrocchia attraverso l’oratorio. Mi piacerebbe ripartire proprio
da lì». E poi attivare il teatro: «Abbiamo un bel teatro, che è l’unico
in tutta la zona. Può essere una risorsa importante per l’aggregazione
e per la crescita umana e culturale». Il centro, comunque, è «l’evangelizzazione»: la comunità, afferma,
deve «crescere spiritualmente».
Un trampolino di lancio può essere proprio l’incontro con il vescovo: «Solo la notizia dell’arrivo del
Papa — ci dice don Francesco — ha
portato un rifiorire di tanti cuori. È
stato come il recupero di un’identità. Da qui possiamo gettare le basi
per fare insieme un lavoro meraviglioso». Insieme, perché, conclude,
«la parrocchia deve diventare la casa della gente».
Nomine episcopali
Le nomine di oggi riguardano la
Chiesa in Francia e nella Repubblica democratica del Congo.
Luc Ravel, arcivescovo
di Strasburgo (Francia)
È nato il 21 maggio 1957 a Parigi. Membro dei Canonici regolari della congregazione di San
Vittore, ha emesso la professione
solenne il 7 dicembre 1985. È stato ordinato sacerdote il 25 giugno 1988. Ha svolto i seguenti
incarichi e ministeri: dal 1988 al
1991, priore nel collegio di SaintCharles de Porrentruy (Svizzera);
dal 1991 al 1996, priore e parroco
a Montbron (diocesi di Angoulême); dal 1996 al 2003, sotto-priore, e, dal 1996 al 2009, responsabile della formazione dell’abbazia di Saint-Pierre de Champa-
gne. È stato nominato ordinario
militare per la Francia il 7 ottobre 2009, ricevendo l’ordinazione
episcopale il 29 novembre successivo. All’interno della Conferenza episcopale francese è membro della commissione dottrinale.
Oscar Nkolo Kanowa
vescovo di Mweka
(Repubblica democratica
del Congo)
Nato l’8 settembre 1957 a
Mbuji-Mayi, nel 1981 è entrato
nel noviziato dei Padri Scheut a
Mbudi, Kinshasa. Ha emesso i
primi voti nel settembre 1982 e
quelli perpetui nel settembre
1986. È stato ordinato sacerdote
il 19 luglio 1987. Dopo l’ordinazione ha trascorso dieci anni in
missione nella Repubblica Dominicana, dove ha ricoperto vari incarichi: vicario parrocchiale e
parroco di Sant’Antonio da Padova, assumendo nel contempo
il servizio dell’economato della
provincia
dominicana
(19881995); vice provinciale della Repubblica
Dominicana
(19951997); rettore del pre-noviziato
(1996-1998). Dopo un periodo di
studi per formatore alla St. Louis
University, negli Stati Uniti,
(1998-1999), è stato rettore dello
scolasticato in Kinshasa (19992000), membro del governo provinciale e procuratore aggiunto
della provincia (2001-2003), superiore provinciale del Kasayi
per due mandati successivi e
dell’Africa Australe per un mandato (2004-2012). Dal 2014 è economo del noviziato internazionale di Mbudi, a Kinshasa.
L’OSSERVATORE ROMANO
pagina 8
domenica 19 febbraio 2017
Ai chierici mariani dell’Immacolata il Pontefice chiede cuori e menti aperti alle necessità della gente
Con semplicità
accanto ai poveri
L’invito ad accostarsi con semplicità ai
poveri è stato rivolto dal Papa al capitolo
generale dei Chierici mariani
dell’Immacolata concezione della beata
Vergine Maria, ricevuti sabato mattina,
18 febbraio, nella Sala del Concistoro.
Cari Fratelli,
sono lieto di incontrarvi in occasione
del vostro Capitolo Generale e vi saluto
cordialmente, ad iniziare dal Superiore
Generale, che ringrazio per le sue parole. In voi, saluto l’intera Congregazione,
impegnata a servire Cristo e la Chiesa
in venti Paesi del mondo.
Ho appreso che uno degli scopi principali del vostro Capitolo Generale è la
riflessione circa le leggi e gli ordinamenti propri della vostra Congregazione. Si
tratta di un’opera importante. Infatti,
«torna oggi impellente per ogni Istituto
la necessità di un rinnovato riferimento
alla Regola, perché in essa e nelle Costituzioni è racchiuso un itinerario di sequela, qualificato da uno specifico carisma autenticato dalla Chiesa» (Esort.
ap. postsin. Vita consecrata, 37). Vi esorto pertanto a compiere tale riflessione
con fedeltà al carisma del Fondatore e
al patrimonio spirituale della vostra
Congregazione e, in pari tempo, con
cuore e mente aperti alle nuove necessità della gente. È vero, dobbiamo andare
avanti con le nuove necessità, le nuove
sfide, ma ricordatevi: non si può andare
avanti senza memoria. È una tensione,
continuamente. Se io voglio andare
avanti senza la memoria del passato,
della storia dei fondatori, dei grandi,
anche dei peccati della congregazione,
non potrò andare avanti. Questa è una
regola: la memoria, questa dimensione
“deuteronomica” propria della vita e che
va usata quando si deve aggiornare una
congregazione religiosa, le costituzioni,
sempre.
L’esempio del vostro Fondatore, san
Stanislao di Gesù e Maria, canonizzato
lo scorso anno, sia luce e guida del vostro cammino. Egli aveva pienamente
compreso il senso dell’essere discepolo
di Cristo quando pregava con queste
parole: «Signore Gesù, se per amore mi
legherai a Te, chi mi strapperà da Te?
Se mi unirai a Te nella misericordia, chi
mi separerà da Te? La mia anima aderisca a Te, la Tua clementissima destra mi
accolga. Aderisca al suo Capo anche il
più indegno membro, e questa piccola
particella soffra con tutto il Santo Corpo sofferente» (Christus Patiens, III, 1).
In tale prospettiva, il vostro servizio
della Parola è testimonianza di Cristo
Risorto, che avete incontrato nel vostro
cammino e che con il vostro stile di vita
siete chiamati a portare ovunque vi
La legge dei piccoli numeri
Una comunità che, pur non numerosa, è oggi presente in venti paesi nel mondo e che si
riunisce in questi giorni per il cinquantasettesimo capitolo generale dedicato alla revisione della costituzione. L’ha presentata al
Pontefice il superiore generale dei chierici
mariani dell’Immacolata Concezione della
beata Vergine Maria, padre Andrzej Pakula,
il quale ha espresso gratitudine per la canonizzazione, lo scorso 5 giugno, del fondato-
re della congregazione, Stanislao di Gesù e
Maria Papczyński. Il religioso ha richiamato
brevemente la tormentata storia di una congregazione che, in oltre tre secoli di vita, è
giunta anche a contare, a causa delle persecuzioni, un solo membro. Ma, ha detto padre Pakula, non pretende «di raggiungere
grandi numeri» chi, «come Maria», ha come vocazione l’essere «piccoli servi del Signore».
mandi la Chiesa. La testimonianza cristiana richiede anche l’impegno con e
per i poveri, un impegno che caratterizza il vostro Istituto fin dalle origini. Vi
incoraggio a mantenere viva questa tradizione del servizio alle persone povere
e umili, attraverso l’annuncio del Vangelo con linguaggio a loro comprensibile, con le opere di misericordia e il suffragio dei defunti. Quella vicinanza alla
gente come noi, semplice. A me piace
quel passo di Paolo a Timoteo (cfr. 2
Tm 1, 5): custodisci la tua fede, quella
che hai ricevuto da tua mamma, dalla
tua nonna...; dalla semplicità della
mamma, della nonna. Questo è il fondamento. Noi non siamo principi, figli
di principi o di conti o di baroni, siamo
gente semplice, di popolo. E per questo
ci avviciniamo con questa semplicità ai
semplici e a quelli che soffrono di più: i
malati, i bambini, gli anziani abbandonati, i poveri,... tutti. E questa povertà è
al centro del Vangelo: è la povertà di
Gesù, non la povertà sociologica, quella
di Gesù.
Un’altra significativa eredità spirituale
della vostra famiglia religiosa è quella
che vi ha lasciato il vostro confratello
beato Giorgio Matulaitis: la totale dedizione alla Chiesa e all’uomo per «andare coraggiosamente a lavorare e a lottare
per la Chiesa, specialmente dove ce ne
sia più bisogno» (Journal, p. 45). La
sua intercessione vi aiuti a coltivare in
voi questo atteggiamento, che negli ultimi decenni ha ispirato le vostre iniziative volte a diffondere il carisma dell’Istituto nei Paesi poveri, specialmente in
Africa e in Asia.
La grande sfida dell’inculturazione vi
chiede oggi di annunciare la Buona Novella con linguaggi e modi comprensibili agli uomini del nostro tempo, coinvolti in processi di rapida trasformazione sociale e culturale. La vostra Congregazione vanta una lunga storia, scritta
da coraggiosi testimoni di Cristo e del
Vangelo. In questa scia siete chiamati
oggi a camminare con rinnovato zelo
per spingervi, con libertà profetica e
saggio discernimento — tutti e due insieme! — su strade apostoliche e frontiere missionarie, coltivando una stretta
collaborazione con i Vescovi e le altre
componenti della Comunità ecclesiale.
Gli orizzonti dell’evangelizzazione e
l’urgente necessità di testimoniare il
messaggio evangelico a tutti, senza distinzioni, costituiscono il vasto campo
del vostro apostolato. Tanti attendono
ancora di conoscere Gesù, unico Redentore dell’uomo, e non poche situazioni
di ingiustizia e di disagio morale e materiale interpellano i credenti. Una così
urgente missione richiede conversione
personale e comunitaria. Solo cuori pienamente aperti all’azione della Grazia
sono in grado di interpretare i segni dei
tempi e di cogliere gli appelli dell’umanità bisognosa di speranza e di pace.
Cari fratelli, sull’esempio del vostro
Fondatore siate coraggiosi nel servizio
di Cristo e della Chiesa, rispondendo
alle nuove sfide e alle nuove missioni,
anche se umanamente possono sembrare
rischiose. Infatti nel “codice genetico”
della vostra comunità si trova ciò che lo
stesso san Stanislao affermava a partire
dalla sua esperienza: «Nonostante le innumerevoli difficoltà, la bontà e la sapienza divine iniziano e compiono ciò
che vogliono, perfino quando i mezzi,
secondo il giudizio umano, sono inadatti. Per l’Onnipotente infatti, nulla è impossibile. In modo chiarissimo ciò si è
dimostrato in me» (Fundatio Domus Recollectionis, 1). E questo atteggiamento —
che viene dalla piccolezza dei mezzi,
anche dalla nostra piccolezza, anche
della nostra indegnità, perché peccatori,
viene da lì, ma abbiamo un orizzonte
grande — [questo atteggiamento] è proprio l’atto di fede nella potenza del Signore: il Signore può, il Signore è capa-
ce. E la nostra piccolezza è proprio il
seme, il seme piccolino, che poi germoglia, cresce, il Signore lo annaffia, e così
va avanti. Ma il senso di piccolezza è
proprio il primo slancio verso la fiducia
della potenza di Dio. Andate, andate
avanti su questa strada.
Alla vostra Madre e Patrona, Maria
Immacolata, affido il vostro cammino di
fede e di crescita, nella costante unione
con Cristo e con il suo Santo Spirito,
che vi rende testimoni della potenza
della Risurrezione. A voi qui presenti, a
tutta la Congregazione e ai vostri collaboratori laici imparto di cuore la Benedizione Apostolica.
Il Papa visiterà
la All Saints Church
a Roma
Papa Francesco si recherà presso la All
Saints Church di Roma. Il Pontefice giungerà nella chiesa anglicana, che si trova in
via del Babuino 153, alle 16 di domenica 26
febbraio. La funzione, che si aprirà con la
benedizione di un’icona di Cristo Salvatore e includerà elementi tipici dei vespri anglicani cantati, prevede tra l’altro il rinnovo delle promesse battesimali, lo scambio
della pace, la recita del Padre nostro. Durante la visita sarà anche formalizzato un
gemellaggio tra All Saints e la parrocchia
romana di Ognissanti. A conclusione, un
momento di dialogo con il Papa e lo scambio di doni.
Nel documento del dicastero per la vita consacrata
di JOSÉ RODRIGUEZ CARBALLO
Lo scorso 6 gennaio è stato pubblicato il nuovo documento della Congregazione per gli istituti di vita
consacrata e le società di vita apostolica che ha come titolo Per vino
nuovo otri nuovi. Dal concilio Vaticano
II: La vita consacrata e le sfide ancora
aperte. Orientamenti. Il documento è
frutto di quanto è emerso nella plenaria del dicastero del 2014, che voleva fare una salutare verifica del
percorso della vita consacrata in
questi cinquant’anni che ci separano
dal Vaticano II, una sosta per
«discernere la qualità e il grado di
maturazione del vino nuovo che si è
prodotto nella lunga stagione del
rinnovamento post-conciliare» (n. 9).
Come si può evidenziare dal titolo, il testo parte dal lògion di Gesù
arrivato a noi attraverso i tre sinottici e che nella versione di Marco suona così: «Nessuno versa vino nuovo
in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e
otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!»
(Marco 2, 22) (cfr. nn. 1-3). In questo
lògion Gesù mette in guardia i suoi
discepoli e la primitiva comunità dei
cristiani contro la tentazione di voler
armonizzare nella propria vita la freschezza e la forza profetica del messaggio di Gesù, particolarmente in
relazione con la misericordia (cfr.
Matteo 9, 16-17), con la vecchia mentalità dominata da una giustizia che
non è certamente quella di Gesù
(cfr. Giovanni 8, 1-11). Questa piccola
parabola mette in guardia contro le
tendenze farisaiche sorte all’interno
della primitiva comunità che rischiavano di snaturare il significato profondo del Vangelo, basato sulla legge della libertà (cfr. Giacomo 2, 12),
sulla verità che ci fa autenticamente
liberi (cfr. Giovanni 8, 32), la nuova
giustizia superiore all’antica (cfr.
Matteo 5, 20ss).
Tali tentativi non fanno altro che
rovinare vino e otri. Gli otri secchi e
rigidi, le strutture antiche, non possono contenere la forza del buon vino (Giovanni 2, 12) che non è altro
che l’annuncio gioioso e frizzante
Vino nuovo in otri nuovi
del Vangelo. Il Signore si
pone in aperta e critica
distanza con le istituzioni
dell’antica alleanza e chiede, ai suoi discepoli per
primi, di aprirsi alla novità del Vangelo, alla novità
che è Gesù stesso.
Questa è la tentazione
sempre attuale per la
Chiesa e certamente per la
vita consacrata. Questa è
posta oggi di fronte alle
grandi sfide che comporta
la fedeltà creativa alla
quale ci chiama la Chiesa
(cfr. Vita consecrata [Vc]
37), di fronte alla vocazione profetica che la caratterizza e la rende significativa nella Chiesa e nel
mondo (cfr. Papa Francesco, Lettera a tutti i consacrati, II, 2), di fronte alla
ricerca appassionata della
conformità con il Signore
(cfr. Vc 37), di fronte alle
difficoltà che comporta
questo «periodo delicato e
duro» che stiamo vivendo
(cfr. Vc 13) e alla grande
sfida di «riprodurre con
coraggio la audacia, la
santità e la creatività» dei
nostri fondatori (cfr. Vc
37). In questo contesto, è
chiamata a vigilare attentamente per non cedere
alla tentazione di strappare «da un vestito nuovo una pezza
per rappezzare un vestito vecchio» o
di gettare «vino nuovo in otri vecchi» (cfr. Luca 5, 36-37). Nel contesto della vita consacrata e di questo
documento, ben possiamo dire che
non è possibile conciliare il vino
nuovo dei nostri carismi con strutture obsolete che non soltanto non
manifestano la loro freschezza e bellezza, ma che tante volte li fanno
“invisibili” o quando meno molto
Hayley, «Otri nuovi»
confusi. I nostri carismi richiedono
apertura mentale per immaginare
modalità di vera sequela Christi, profetica e carismatica. Se vogliamo che
i nostri carismi rimangano attuali e
la nostra vita di consacrati parli ai
nostri contemporanei, detti carismi e
detta vita devono trovare strutture
istituzionali nuove.
A cinquant’anni dal Vaticano II,
come riconosce giustamente il documento, i frutti della accomodata reno-
vatio «secondo le esigenze
odierne» richiesta dal
concilio (cfr. Perfectae caritatis 1) sono stati numerosi; il cammino fatto, sempre per mano della Chiesa, è stato generoso e laborioso; e l’effetto della
mens conciliare è stato ricco e ha portato a un sano
e necessario rinnovamento
della vita consacrata al
suo interno e a una sua
migliore
comprensione
nella Chiesa e nel mondo,
alla luce della Lumen gentium VI. Lo sforzo dei
consacrati per rispondere
al mandato del concilio riguardante il necessario
rinnovamento è stato generoso e in molti casi coraggioso, «ricco di speranze, progetti e proposte innovatrici» (Vc 13). Come si
afferma nel documento, in
questi cinquant’anni che
ci separano del concilio
«la vita consacrata si è
esercitata ad abitare gli
orizzonti conciliari con
passione e audacia esplorativa» (n. 6).
In concreto il documento si sofferma essenzialmente su due strutture
fondamentali nella vita
consacrata e più particolarmente nella vita religiosa: le strutture di governo e le strutture di formazione. In tutte queste
strutture si è lavorato con serietà e
responsabilità e si sono raggiunte
mete importanti. Ma il cammino
continua e la realtà, sempre mutevole in questo cambiamento di epoca,
continua a interpellarci. Ecco perché
la vita consacrata deve domandarsi
se le strutture attuali stanno al servizio della vita e della missione di
ogni istituto o se invece è la vita che
sta al servizio delle strutture. La vita
consacrata deve domandarsi se non
sta cadendo nella tentazione di rattoppare un vestito vecchio con una
pezza strappata da un vestito nuovo,
o di versare vino nuovo in otri vecchi. Devo domandarsi se non starà
consumando le energie più valide
nella continua gestione delle emergenze sempre più costringenti (cfr.
n. 7).
Circa il servizio dell’autorità, si
constata che dopo cinquant’anni dal
Vaticano II non vengono dimenticate
le “conquiste” fatte per renderlo più
evangelico, ma allo stesso tempo si
rileva «la tendenza a un accentramento verticistico nell’esercizio dell’autorità scavalcando così la necessaria sussidiarietà» (n. 19); tra l’altro
ciò può influire decisivamente negli
abbandoni (cfr. n. 21). In questo
contesto diventa urgente praticare la
spiritualità di comunione e la logica
del Vangelo che ci chiede di lavare i
piedi gli uni agli altri (cfr. Giovanni
13, 1ss). È urgente, pure, cambiare i
modelli relazionali tra chi esercita il
servizio dell’autorità e chi è chiamato a obbedire, e tra quanti formano
parte della stessa famiglia. È chiaro
che il cambiamento di modelli relazionali influirà decisamente su un altro elemento fondamentale della vita
consacrata, particolarmente della vita
religiosa: la vita fraterna in comunità
(nn. 22- 28).
Nel campo della formazione, il
documento costata che si sono compiuti «sforzi notevoli» (n. 14) nella
ricerca «di nuovi itinerari formativi,
appropriati all’indole e al carisma di
ciascuna famiglia religiosa» (n. 5). Il
cammino, però, deve continuare per
assicurare una migliore «integrazione tra visione teologica e antropologica nella concezione della formazione, del modello formativo e della
pedagogia educativa»; una più grande cura «per una crescita armonica
tra la dimensione spirituale e quella
umana» (n. 14). Nel campo della
formazione si deve poi evitare qualunque improvvisazione, una formazione intellettuale separata dalla formazione alla sequela Christi (cfr. n.
15). Un’attenzione particolare va prestata alla preparazione dei formatori
(cfr. Vc 66; n. 16). In questo campo e
tenendo conto della cultura attuale,
il documento si fa eco della necessità di ripensare il rapporto tra uomo
e donna (cfr. n. 17-18).
Sappiamo che non mancano le
tentazioni di devitalizzare e debilitare la nostra testimonianza profetica;
di restare nella stagnazione della nostra vita senza via di uscita; di preferire le cipolle della schiavitù d’Egitto
anziché la libertà dell’esodo; di impedire che i vecchi schemi istituzionali cedano il passo in modo deciso
a modelli nuovi. Proprio qui la vita
consacrata è chiamata alla parresìa,
alla creatività, alla conversione delle
strutture, a ricuperare la bellezza
dell’essenziale nella vita, ad assumere la novità del Vangelo, a cambiare
le cose secondo la legge del Vangelo, a lasciare strutture caduche ormai
inutili, a prendere gli otri del Vangelo (cfr. n. 10; Papa Francesco, omelia, 5 settembre 2014) per rendere
tutte le strutture più evangeliche e
più in consonanza con i nostri carismi. È il momento di fare il punto
sul vino nuovo e buono e sugli otri
che lo devono contenere.
Per vino nuovo otri nuovi. Il documento ci offre degli orientamenti importanti e precisi per rispondere a
questa sfida urgente oggi forse più
che mai. In questo momento della
vita consacrata, momento bello ma
complesso, i consacrati non possono
che seguire con convinzione e speranza la direzione che ci segnala la
bussola del Vaticano II (cfr. Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte,
43), e ascoltare l’invito di Papa Francesco a essere audaci e creativi, a ripensare gli obiettivi, le strutture, lo
stile e i metodi o, se preferiamo,
quanto ci chiede lo stesso Gesù: «Vino nuovo in otri nuovi».